Chi era costui?

10/02/2021 0 Di wp_6937204

Mastino da Fontevrault

(1198-1264 circa)

Figlio cadetto di un ricco feudatario, esercitò l’arte della guerra, distinguendosi in numerose battaglie. Colpito dall’improvviso lutto di una donna assai amata, decise di deporre le armi e cercare la via del Signore. Monaco nell’abbazia di Fontevrault, ne divenne anni dopo abate e dedicò tutta la sua vita a Dio e agli studi. Compose numerosi inni, di cui si ha traccia nelle cronache del tempo. Ci resta però, a seguito di un incendio, che causò anche la morte di Mastino, solo il breve frammento che segue.

 

Dolor rogat dolor jubet

pudorem miseria vendit

Venerem pro munere

putat. Scintillans incedit

illa stellarum lumine,

ad oscula invitant labia

exercendo perenniter

animum fugant candorem.

 

Flamma moderata gaude,

domus exilis lucem

homini invidet, instat

nox, nos volvit infinitum

perennans motum, apocham

vaticinat vitae, sedem

ponit humilis in calore

dulcioris aquae homo.

Si noti il “dolor” che apre il componimento, ideale connessione con “homo”, che chiude i versi in nostro possesso. È quasi un’ideale coincidenza, probabilmente smentita se avessimo l’intero componimento, ma indubbiamente suggestiva.

La metrica è in alcuni punti imprecisa, pur restando nel solco della metrica ritmica così diffusa nel Duecento. Ciò induce a credere che i versi non siano in versione definitiva. La tematica di fondo, è comunque quella della tentazione carnale, che allontana l’uomo da Dio, ma che spesso assume caratteri ai quali è difficile resistere. La sola via percorribile per l’uomo, affinché non ceda alle insidie della tentazione, è l’umiltà, potentemente evocata dall’uso dell’aggettivo “humilis” invece che del sostantivo astratto corrispondente.

È tradizione[1] che Enrico VII di Lussemburgo fosse solito avere con sé dei versi di Mastino, probabilmente quelli di cui si parla. Ignoriamo se ve ne fossero altri, la cui perdita risalirebbe a epoche successive all’incendio dell’abbazia. Ne parlano spesso notisti e glossatori, ma tutto pare sfumare nella leggenda.

 

[1] AGATIUS: “De Monarchis Imperatoribusque Sacri Romani Imperi”, Ulm, 1487