Labirinto

Labirinto

12/02/2021 0 Di wp_6937204

Il titolo di questo intervento suggerisce una situazione di difficoltà e di mancanza di certezze. Ciò che spaventerebbe in una situazione normale, è invece quanto di meglio si possa desiderare per un viaggio nel mondo della poesia. È un labirinto dal quale non si desidera uscire, sempre foriero di sorprese, incontri che allontanano ogni senso di chiusura e, paradossalmente, regalano un senso di grande libertà.

Il viaggio di chi scrive è arbitrario, ovviamente, ma suggerisce la via perché chi ascolta possa sentirsi compagno di percorso, magari cogliere qualcuna delle suggestioni proposte, scoprire qualche segno di comune appartenenza o di comune aspirazione.

È come ricostruire, ritrovandole e rivivendone le emozioni, le mille tessere che hanno costruito la propria personalità, il proprio modo di essere nel mondo. Non è un semplice viaggio nella memoria, è, ogni volta, vivere un’emozione nuova, apparentemente simile alla precedente, ma in realtà diversa, arricchita delle sfumature, delle gioie e dei dolori, delle passioni e delle malinconie che costituiscono la nostra esistenza. 

Ricordo che, sdegnando, come un adolescente desideroso di vivere in fretta, i testi propostimi dagli insegnanti, trascorrevo molto tempo in libreria, attratto irresistibilmente dalla poesia, non da romanzi o testi tecnici o illustrati. Quelle parole messe in ordine insolito mi parlavano, prendevano vita, mi spingevano verso sentieri sconosciuti.

Ricordo che mi colpì un titolo, La terra desolata”, ben in sintonia con le profonde malinconie che a tratti attraversano la vita di un adolescente. Un inizio impegnativo, ne sono ben consapevole. Ma è ciò che accadde. Fui irrimediabilmente attratto dal fatto stesso che molti versi mi erano difficili da intendere, compresi che l’autore chiamava il lettore a un viaggio arduo, in cui il rischio maggiore era quello di scoprire di se stesso qualcosa che magari non si sarebbe voluto conoscere.

Alcuni versi, però, mi colpirono in particolare:  

Sedetti sulla riva 
A pescare, con la pianura arida dietro di me 
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre? 
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo 
Poi s’ascose nel foco che gli affina 
Quando fiam uti chelidon – 
O rondine rondine Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie 
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine 
Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo. 
Datta. Dayadhvam. Damyata. 
Shantih shantih shantih[1]

Quanto c’era da scoprire! Che c’entrava quella rondine?[2] E chi era Hyeronimo?[3] E quelle parole in francese?[4] E quelle espressioni in sanscrito? Già nei versi precedenti questo epilogo, è presente un riferimento a un passo delle Upanishad (il termine, sanscrito, significa “sedere presso” e indica la posizione assunta dai discepoli intorno al maestro).  Un tuono echeggia sulla Terra senza portare la pioggia; la natura e gli uomini della terra desolata sono in attesa. Ecco che il tuono parla e la pioggia incomincia a cadere: ciò che dice il tuono sono tre identiche sillabe, iniziali di altrettante parole: DATTA, DAYADHVAM, DAMYATA che  significano “date, compatite, frenatevi “. 

Ecco ora il passo a cui Eliot fa riferimento : “Quando ebbero finito il noviziato chiesero i deva: Dicci una parola, o Signore. Allora egli disse la sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici “frenatevi” (dayata damyata).

È così, avete compreso. Allora gli uomini chiesero: Dicci una parola, o Signore. Ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici “date” (datta).

È così, avete compreso. Chiesero allora gli asurah: Dicci una parola, o Signore, ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu ci dici “compatite” (dayadhvam). È’ così, avete compreso. Questa stessa cosa ripeté nel tuono la voce divina: da da da.”

Le parole del tuono indicano una direzione da seguire, la direzione esatta: ora la Ruota, ovvero l’immaginario timone di una altrettanto immaginaria barca, risponde senza fatica ai comandi di chi la governa. Le ultime tre parole dell’opera, shantih shantih shantih sono le parole di chiusura di un rito di upanishad. Il significato, ovviamente in modo approssimativo, può essere reso con “pace, pace, pace”.

Qualcosa però suonava familiare:  “Quando fiam uti chelidon”[5] e “poi s’ascose nel foco che li affina”. Occorreva partire da lì. E il viaggio negli immensi mondi della poesia cominciò così. Dimenticati i testi letti a scuola. So adesso che li avrei ben presto riscoperti, ma allora c’era il senso di libertà dato dalla scelta, confusa, disorganizzata, ma mia, unica, un segreto tra me e quelle pagine.

Dunque, questo “foco che affina…”. Scoprii ben presto che era il XXVI canto del Purgatorio, e che il personaggio era Arnaut Daniel, cantore provenzale, definito il “miglior fabbro”.

Ma questa espressione era nell’esergo, dedicato a Ezra Pound! Dovevo trovare qualcosa di Pound. Fui spaventato dalla mole, ma decisi che l’avrei fatto, assolutamente, prima o poi. Cominciava ad attrarmi il tipo di composizione a incastro tra citazione e creazione, tra antico e nuovo, un filo rosso che reggeva ogni cosa. Un’enciclopedia mi disse alcune cose su Pound, ma lasciai ben presto quel tipo di ricerca. Dovevo leggere dei versi, farli miei. Ma quali scegliere?  Decisi che non occorreva un criterio, cominciai a sfogliare le pagine di un grosso tomo, leggevo un verso qui, una pagina là, aspettavo il momento in cui qualcosa mi avrebbe detto che era il momento di fermarsi. Ecco, ci siamo, pensai a un tratto:

Nessuno mai osò scrivere questo, 
ma io so come le anime dei grandi 
talvolta dimorano in noi, 
e in esse fusi non siamo che 
il riflesso di queste anime. 
Così son Dante per un po’ e sono 
un certo Francois Villon, ladro poeta 
o sono chi per santità nominare 
farebbe blasfemo il mio nome; 
un attimo e la fiamma muore. 
Come nel centro nostro ardesse una sfera 
trasparente oro fuso, il nostro “Io” 
e in questa qualche forma s’infonde: 
Cristo o Giovanni o il Fiorentino; 
e poi che ogni forma imposta 
radia il chiaro della sfera, 
noi cessiamo dall’essere allora 
e i maestri delle nostre anime perdurano.

(Histrion)

La strada era segnata. Quella sera scrissi i miei primi piccoli versi. Ma Eliot mi chiamava, mi incuriosiva il rapporto con Dante e mi chiedevo quale fosse la ragione della fascinazione del poeta per la cultura orientale.

Ma ebbi paura della complessità, mi spingeva a un atto razionale, io volevo essere pura emozione. Così, ecco, come in una lunga linea, frammenti comporsi nella mente, costruire forse un itinerario:

  • oh, le stelle attorno alla bella luna! (Saffo)
  • il tacito, infinito andar del tempo (Leopardi)
  • Io non so ben ridir com’io v’entrai (Dante)
  • Venti anni ancora non ho e ho in odio il vivere (Mimnermo)
  • Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori/ le cortesie, l’audaci imprese io canto (Ariosto)

Confusione. Sì, confusione, ma parole vive nella mente, immagini che si formavano e svanivano per poi riapparire in altre forme. Dante nella selva, il poeta di corte che inizia il suo canto, lo stupore della fanciulla di fronte al cielo stellato, il senso di eterno di un verso stupefacente, l’assoluta malinconia e infelicità di un giovinetto, quella tristezza infinita che a volte appartiene solo all’adolescenza.

Seppi quel giorno che la poesia avrebbe accompagnato la mia vita.

Perché tutto questo dovrebbe interessarvi, in questo contesto? Non so, ma quando si parla alle persone occorre essere veri, non filtrare le proprie emozioni, dare il senso di un’esperienza che è prima interiore, poi culturale.

Così Pound, Eliot, poi la scoperta di Dylan Thomas. Divorato, non letto: con passione, direi con ardore:

Non andartene docile in quella buona notte,

vecchiaia dovrebbe ardere e infierire

quando cade il giorno;

infuria, infuria contro il morire della luce.

Benché i saggi infine conoscano che il buio è giusto,

poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,

non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni, che in preda all’ultima onda

Splendide proclamano le loro fioche imprese,

avrebbero potuto danzare in una verde baia,

e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,

tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,

non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono

Che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare

Ed esser gai; e infuriano

infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,

maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime.

Non andartene docile in quella buona notte.

Infuria, infuria contro il morire della luce.[6]

Come avrà a notare anche Seamus Heaney,[7] chi per la prima volta si avvicina a Thomas rimane avvolto dall’incredibile forza delle immagini, da una sorta di senso di circolarità che fa sì che idealità e realtà non possano essere disgiunte, ma che all’idealità si possa giungere solo attraverso un profondo, totale coinvolgimento “corporeo”, continuamente suggerito e rafforzato dalle immagini del poeta. Del resto, Thomas stesso ebbe a scrivere:

«Tutti i pensieri e gli atti emanano dal corpo. Perciò la descrizione di un pensiero o un’azione, per quanto astrusi siano, può essere espressa efficacemente spostandola sul piano fisico. Ogni idea, intuitiva o intellettuale, può essere immaginata o tradotta in termini di corpo, carne, pelle, sangue, tendini, vene, ghiandole, organi, cellule e sensi. Attraverso la mia isoletta di ossa ho imparato tutto ciò che so, sperimentato tutto, e sentito tutto.»[8]

La poesia qui citata fu scritta da Thomas nel 1951, due anni prima della sua precoce scomparsa. Il padre del poeta stava morendo di cancro. La poesia, scritta tutta di seguito, senza ritorni e ripensamenti, nacque totalmente dall’ardore interiore. Le immagini e il lessico non fanno velo al tema, ma lo sottolineano con potenza. Altre volte Thomas sembra quasi compiacersi della propria straordinaria abilità con le parole. Non qui.

Anche la scelta della struttura, una villanella[9], che pone sfide tecniche a volte ardue. È una forma insieme aperta e chiusa, con incroci, sostituzioni, ripetizioni, rime.

Uno dei punti cardini per l’interpretazione, chiarissima e lineare nel suo senso generale, è l’apostrofe diretta all’altro, l’uscita da quella sorta di ossessivo “stare” in se stesso tipico di tanta poesia di Thomas.

Inutile dire che l’innamoramento per Thomas, tipico del resto di tutta la generazione dell’immediato dopoguerra, condusse alla ricerca e all’acquisto quasi compulsivo di tutti i libri del poeta. Sembra un punto d’arrivo, ma il labirinto attrae ancora, con la sua sorprendente tortuosità e con la promessa di nuove scoperte.  Inizialmente, la letteratura italiana sembra passare in secondo piano, quasi soffocata dall’urgere di ciò che il normale corso scolastico non consentiva e che pareva invece essere la meta di una sorta di quest, di ricerca di un Graal letterario.

Così, in un affollato universo personale, infrangendo ogni possibile criterio cronologico, ecco Rilke, Hoffmannstahl, W. B. Yeats, William Blake, John Donne, Garcia Lorca, Sylvia Plath, Shakespeare, quasi tutto Eliot, molta parte di Pound, Emily Dickinson, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Ferlinghetti, Majakovskij… un percorso che pareva non avere termine.

Comincia poi a urgere l’esigenza della sistemazione, della comprensione non avulsa da tempo e spazio, torna l’eco mai sopita dei grandi testi della poesia greca, latina e italiana. Tornano, subito, i versi di Saffo, per fortuna conosciuti in greco, apprezzati nella loro forza originaria. Tornano i frammenti prima evocati, questa volta in forma compiuta:

Le stelle intorno alla bella luna

tornano a  velare il loro volto lucente

quando più radiosa sfolgora piena

su tutta la terra[10]

La musica del verso greco, con un men in seconda posizione che quasi dipinge lo stupore. È una splendida immagine notturna, capace di evocare quel momento in cui tutto sembra immobile, immerso in uno splendore d’argento, in cui la mente per un attimo può perdersi. Il frammento era, pare, la parte iniziale di una composizione più ampia, della quale non possiamo stabilire la lunghezza. Probabilmente all’immagine del plenilunio avrebbe fatto seguito un omaggio alla bellezza di una delle fanciulle del tiaso. Il fatto che ci sia rimasto solo un frammento ha però reso immortale quel momento, creando di nuovo il miracolo della poesia. Basti pensare all’ultimo verso della strofa, in cui la semplice posposizione della preposizione e dell’aggettivo esprime, di nuovo, lo stupore iniziale:

Asterès mèn amfì kalàn selànnan
aps apukrìptoisi fàennon èidos
òppota plèthoisa màlista làmpe
gàn [epì pàisan]

“[sfolgora] sulla terra, su tutta…”

C’è la percezione dello sfolgorio, ma poi lo sguardo si allarga e si percepisce una straordinariamente diffusa luminosità. È in quel momento che si rivela l’emozione del poeta, che quasi prende per mano il lettore. 

La sensazione del labirinto permane, da tempo si è smesso di cercare l’uscita, ora si cercano diramazioni, si ha il senso dell’avventura della mente, si è presi da una curiositas che non lascia tregua. Non è una via diritta quella che cerchiamo, è l’anomalia, che diventa fattore conoscitivo. La curiositas, l’anomalia, l’agitatio mentis conducono al Seicento, a quei testi allo studente liceale apparsi spesso strani, a volte inutili, ma che hanno in sé tutto il senso di un’epoca, troppe volte sminuita dall’attenzione posta esclusivamente alla decorazione, all’abbellimento, alla ricerca di tutto ciò che nel lettore potesse destare “meraviglia”. Si ripercorrono testi scolastici, se ne cercano di nuovi, si tocca con mano l’enorme differenza tra i testi del nord Europa e quelli italiani, spagnoli. Non si danno giudizi di valore, si assapora il gusto della scoperta.

Un anno dopo il Sidereus Nuncius di Galileo, John Donne prova un brivido di terrore:

And new Philosophy calls all in doubt

The element of fire is quite put out;

The Sunne is lost, and th’earth, and no mans wit

Can well direct him, where to looke for it.

And freely men confesse, that this world’s spent,

When in the Planets, and the Firmament

They seeke so many new; They see that this

Is crumbled out againe to his Atomis.[11]          

La consapevolezza della fine di un’epoca genera non solo terrore, ma anche un desiderio di nuovo, l’impulso a una nuova sistemazione della conoscenza. Durante la ricerca spesso ci si smarrisce, si cede, ci si volge al passato, si cerca di dargli nuova veste, di arricchirlo, di abbellirlo. Ci si maschera, in un certo senso. Eppure, celato dietro il senso controriformistico del memento mori, il nuovo trapela:

Nobile ordigno di dentate rote 
lacera il giorno e lo divide in ore, 
ed ha scritto di fuor con fosche note 
a chi legger le sa: Sempre si more..[12]

Un pregiato meccanismo di ruote dentale, un oggetto, si fa correlativo della fugacità del tempo. Pur pienamente nel Barocco, non c’è maschera, non c’è mistificazione, c’è invece il senso dello scandire inesorabile del tempo, ma anche la ricerca linguistica, la tensione a esprimere quella “meraviglia”, ora non più fine a se stessa, che l’uomo può scoprire negli oggetti. Dietro l’apparenza della rassegnazione, della constatazione del nostro essere effimeri, c’è un desiderio di conoscenza, c’è la volontà di non voltarsi, ma di guardare la realtà con l’orgoglio di chi, pur effimero, sente l’importanza del suo essere uomo. 

Non una grande poesia, forse, ma da conoscere, come tutto il Seicento. 

Torna alla mente John Donne, che in una famosa poesia[13] usa anch’egli un oggetto meccanico come correlativo di un amore tra anime definite “gemelle”

UNA PARTENZA: VIETATO PIANGERE
[…]

Le nostre due anime perciò, che sono una,
sebbene io debba andare non soffrono in verità
una separazione, ma un’espansione,
come oro battuto che si allarga aereo. 

Se devono essere due, sono due così
come le aste gemelle del compasso sono due,
la tua anima il piede fisso, non mostra
di muoversi, ma lo fa, se l’altra lo fa. 

Ed anche se essa sta al centro,
quando l’altra gira lontano,
essa si piega, e si protende verso l’altra,
e diventa eretta, quando ritorna a casa. 

Così saremo tu ed io, che devo
come l’altro piede, correre obliquamente;
la tua fermezza rende il mio cerchio perfetto,
e mi fa finire, dove io ho avuto inizio.

Nelle mille svolte del labirinto, infinite volte si coglie un richiamo a Dante. È il momento di rileggere la Commedia, a voce alta, cogliendone il suono, non solo il senso. Non è operazione che possa concludersi, lo si comprende subito: Dante è compagno di viaggio sempre presente, vivo, vitale. “Io non so ben ridir com’io v’entrai”, ma certamente, come da una selva incantata, non è possibile allontanarsi dalla Commedia.

Basti solo pensare alla visione finale, quando il poeta risolve ciò che pareva non risolvibile senza correre il rischio della banalità o, peggio del ridicolo: la visione di Dio. In modo non diretto, Dante coglie per un attimo in tutta la sua pienezza l’armonia dell’universo e in quell’universo vede con chiarezza il proprio posto. La volontà di Dio ha colmato il solco tra l’uomo e l’eterno:

[…]

A l’alta fantasia qui mancò possa; 
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle
sì come rota ch’igualmente è mossa, 

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Infinito … sì, “io nel pensier mi fingo…”: quanto disperato bisogno di conoscenza in quel “mi fingo”, vale a dire “plasmo con la mia immaginazione, con la mia mente”! Leopardi abbandona un corpo malato e  affaticato e vola oltre il tempo e lo spazio, ne percepisce l’infinità. Ma debole è la forza dell’uomo: un refolo di vento e il sussurro di alcune foglie, come una mano gelida afferrano la mente del poeta e la riconducono nella prigione del corpo. Ma per un attimo, un attimo solo, quel piccolo uomo si è sentito parte dell’infinito. Non è più solitario, deriso e osannato al contempo, ma singolo tassello nell’infinita armonia dell’universo. Il naufragio, il ritorno alla realtà, conserva una punta di dolcezza:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare

Il senso dell’infinito, dunque, una costante nella poesia leopardiana: “il tacito infinito andar del tempo…  Il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. Ben noto come espressione del cosiddetto “pessimismo cosmico”, è permeato della consapevolezza di una ciclicità le cui ragioni non sono conoscibili all’uomo. Le domande hanno già in sé la risposta, anche il “forse” dell’ultima strofa è quasi uno schermo di fronte alla terribile lapidarietà del verso finale … è funesto a chi nasce il dì natale). Segno evidente di questa ciclicità senza scopo è la luna, che compie con meccanicità, senza un fine il proprio viaggio nei “sempiterni calli”. Svanite le mille espressioni dell’immaginario dei poeti, Leopardi ci presenta con lucido sguardo una realtà che non può che produrre tedio. Non è un caso, a parere di chi scrive, che nei Canti successivi, il poeta non abbia più evocato la luna, “fino a quando, durante l’ultimo anno di vita, nel Tramonto della luna, tutto ricomparve meravigliosamente fresco, come se nulla, sulla regina delle notti, fosse mai stato detto.”[14]

La luna ha un fascino strano, delicato e forte nel contempo. L’immersione nella dolente atmosfera leopardiana evoca mille altre immagini dell’astro d’argento (già Saffo, nel frammento 4 Diehl citato in precedenza, ci ha lasciato un “d’argento” che non sappiamo come fosse inserito, ma che indubitabilmente è riferito alla luna). È il tempo di restare nella poesia italiana, la curiosità spinge alla ricerca ed è inevitabile l’incontro con D’Annunzio. Un vago ricordo di un inno “A Selene”, presente in primo Vere, poi la ben nota X del libro secondo di Canto novo:

O falce di luna calante

Che brilli su l’acque deserte,

o falce d’argento, qual messe di sogni

ondeggia  a ‘l tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie

Di fiori di flutti da ‘l bosco

Esalano a ‘l mare: non canto, non grido

Non suono pe ‘l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere

Il popol de’ vivi s’addorme…

O falce calante, qual messe di sogni

Ondeggia a ‘l tuo mite chiarore qua giù!

C’è già tutto il D’Annunzio successivo: una sensualità evidente, una premessa/promessa di estetismo, sostanziata in due momenti, l’intensità e il languore, quest’ultimo dominante in questa poesia. La falce è ovvia metafora dei sogni infranti, ma è interessante la scelta del poeta di cogliere la luna nel suo “tramontare”, nella fase in cui il chiarore si fa più “mite” e l’intera natura pare condividere un senso di languida stanchezza. Molti hanno notato in questi versi esteriorità, perfino compiacimento, ma è certo che sono l’annuncio giovanile di un magico artefice della parola. Ma D’Annunzio è acquisizione successiva, degli anni della rilettura. Nel periodo della crescita, dell’affannoso ed esaltante vagare nel labirinto, la poesia dannunziana non poteva essere la risposta cercata.  Occorreva qualcosa di diverso, di più vicino alla sensibilità di un giovane che doveva ancora compiere il cammino della propria formazione. Altre letture disordinate, un ritorno alla poesia anglosassone, ai poeti americani, poi la scoperta della profonda bellezza dei Four Quartets di Eliot, quasi un ciclo che si chiude.

Tempo presente e tempo passato

sono forse entrambi presenti

nel tempo futuro e il tempo futuro

è contenuto nel tempo passato. 

Se tutto il tempo è eternamente presente

tutto il tempo è irredimibile.

Ciò che avrebbe potuto essere

è astrazione che rimane

possibilità perpetua

solo nel mondo della speculazione.

Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato

mirano a un solo fine

che è sempre presente […][15]

“Poesia sapienziale” è stata definita quella dei Four Quartets, pervasa da una musicalità segreta, quasi mistica, come se l’autore parlasse dal cuore del cosmo[16], abolendo le categorie di tempo e spazio, dissolvendo gli oggetti l’uno nell’altro, quasi a volerne rintracciare l’archetipo, l’origine prima. Nei Quartetti memoria e meditazione si alternano, si intersecano, conducono il lettore in un volo di preghiera e slancio metafisico, ma anche attraverso una rappresentazione forte e disincantata della condizione umana, senza che vi sia stacco, lacerazione, tra i due elementi. Sogno di ogni poeta, l’unificazione dinamica degli opposti. Eliot riesce ad arrivare molto vicino a quello che il frammento 22 DK di Eraclito suggerisce (o forse afferma?):

“La via verso l’alto e la via verso il basso

sono una sola e la stessa…[17]

Esaltante la sensazione per la quale non più di labirinto si tratta, ma di un viaggio senza confini e senza limiti nell’infinita evocazione che solo la poesia sa offrire.  

Il ciclo si è compiuto solo per offrire un nuovo inizio.


[1] I sat upon the shore

Fishing, with the arid plain behind me

Shall I at least set my lands in order ?

London Bridge is falling down falling down falling down

Poi s’ascose nel foco che gli affina

Quando fiam uti chelidon – O swallow swallow

Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie

These fragments I have shored against my ruins

Why then Ile fit you. Hyeronimo’s mad againe.

Datta. Dayadhvam. Damyata.

                                                     Shantih shantih shantih

[2] Il riferimento è al mito di Filomela e Progne (Ovidio, Metamorfosi)

[3] Hieronimo è personaggio di “The Spanish Tragedy”, conosciuta anche con il titolo di “Hieronimo is mad againe”, una tragedia elisabettiana scritta da Thomas Kyd verso la fine del Cinquecento. Il tema centrale è quello della vendetta.

[4] Gerard de Nerval, El desdichado, 1853

[5] I versi sono tratti dal pervigilium Veneris, poemetto latino di 93 settenari trocaici, anonimo, variamente datato tra il sec. II e il sec. IV e, di volta in volta, attribuito a Floro, Apuleio, Nemesiano, Tiberiano. È un inno a Venere, dea dell’amore e forza vivificatrice della natura, da intonare in occasione della festa notturna (pervigilium) ai piedi dell’Etna, in Sicilia, per festeggiare l’arrivo della primavera.

[6] Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

[7] Heaney, Sheamus, La riparazione della poesia, Fazi, 1999, pp. 154-178

[8] Ivi, p. 163

[9] Forma poetica di 19 versi, cinque terzine e una quartina finale. Rimano il primo e terzo verso di ogni terzina. Rimano tra loro i secondi versi. La quartina riprende e contiene entrambe le rime. Pentametri giambci.

[10] Saffo, fr. 4 Diehl, traduzione Perrotta-Gentili

[11] (The Anatomie of the World. The First Anniversary, 1611):

La nuova filosofia mette in dubbio ogni cosa

L’elemento del fuoco è del tutto svanito,

il Sole è perduto, e con lui la terra, e nessuna arguzia di uomo

può ormai  guidarlo alla ricerca di esso.

Apertamente l’uomo ora ammette che questo mondo è finito

poiché tra i Pianeti e nel Firmamento

essi cercano tante nuove cose. Essi comprendono

che questo mondo si è di nuovo

frantumato nei suoi Atomi.

[12] Ciro di Pers (1599-1663), L’orologio da rote. Ciro era un nobile friulano.

[13] Traduzione di Corinzia Monforte

[14] Citati, Pietro, Leopardi, Mondadori, 2010, p. 120

[15] Burnt Norton, I, vv. 1-10:

Time present and time past / are both perhaps present in time future / and time future contained in time past. / If all time is eternally present / all time is unredeemable. / What might have been is an abstraction / remaining a perpetual possibility / only in a world of speculation. / What might have been and what has been / point to one end, which is always present.

[16] L’immagine è di Angelo Tonelli (Eliot, La terra desolata – Quattro quartetti, Feltrinelli, Milano, 1995, pag.83)

[17] Traduzione G.G.