Un racconto di Renzo Maltoni

16/02/2021 0 Di wp_6937204

Sant’Isidoro di Siviglia, protettore degli informatici

 

Era salito al Cielo con tanti progetti, con l’entusiasmo e l’emozione di chi nasce a nuova vita, con l’animo puro di un bambino che, ritenendosi immortale, si affida ciecamente e senza paure al mistero della vita e della morte. Aveva accolto la malattia non solo con la proverbiale serenità dei santi, che accettano col cuore la volontà del Signore. Di più: aveva affrontato ogni dolore terminale, l’indicibile sofferenza del trapasso, capace di trasfigurare il volto in una smorfia che lo rende irriconoscibile, con tanta convinta sopportazione da farlo sembrare addirittura più bello di quanto lo fosse stato in vita.

Isidoro dunque era andato ben oltre la rassegnazione, ben al di là della passiva accettazione dell’imperscrutabile disegno divino: era morto con la felicità dipinta sul viso; qualcuno disse quasi con piacere fisico, sottintendendo in ciò il peccato, perché il piacere, da qualunque parte provenga, dolore compreso, è l’anticamera dei vizi.

Ma Dio, che sempre sa leggere con giustizia e amore nel profondo dell’animo dei suoi figli, comprese la bontà dell’uomo e lo volle in Cielo accanto a sé. La sua grande fede e la sua vasta cultura in ambito teologico, scientifico e storico l’avrebbero poi reso santo e Dottore della Chiesa.

 

Ormai questa era una vecchia storia, così lontana che nel mondo degli uomini la misureremmo in secoli, mentre in Paradiso non è minimamente valutabile non potendosi misurare ciò che non esiste. Nel Regno dei Cieli il tempo è una categoria priva di senso perché, in teoria, si vive in un eterno, immobile presente. O in alternativa del tempo ce n’è fin che se ne vuole e, come ogni risorsa fornita in quantità illimitata, non ha alcun valore. Ha forse un costo l’aria? L’acqua del mare? La luce del sole? Il risultato pratico ai fini della percezione soggettiva è comunque lo stesso: ieri, oggi e domani si sovrappongono nell’infinito presente, dove frammenti di vita terrena e squarci di luce divina convivono.

Isidoro portava nel cuore al tempo stesso il ricordo dell’entusiasmo al suo ingresso al cospetto di Dio e il rammarico per ciò che avrebbe potuto essere e non era stato. Da uomo assetato di scienza, affascinato dalla sorpresa della scoperta, dal gusto dell’osservazione, dall’intelligenza della natura, aveva presto capito che la statica vita contemplativa non era per lui. Laddove tutto è noto (Dio è scienza, aveva imparato nella vita terrena) non c’è purtroppo nulla da scoprire: la verità è lì, a portata di mano, offerta gratuitamente a chiunque la desideri, senza la soddisfazione della fatica della ricerca, senza l’avventura e gli errori di un percorso di avvicinamento. Le leggi del Creato sono disponibili senza passione, senza dubbi, senza dibattiti, senza incertezze. S’accorse allora d’amare il metodo e l’indagine quanto la scienza stessa, d’essere filosofo della scienza oltre che scienziato. Epistemologo.

L’azione: ecco cosa gli mancava. Sentiva il bisogno di sentirsi vivo e attivo come lo era stato in vita, libero di fare e di sbagliare, qualcosa che in qualche modo somigliasse alle sue nostalgie terrene del governo dell’arcidiocesi di Siviglia, della conversione dei Visigoti, della scrittura dei venti volumi dell’enciclopedia Etymologiae.

 

Nella sua umile dimora, una capanna di pietra e legno ai margini di un boschetto di betulle in riva a un piccolo lago, Isidoro era immerso in questi pensieri, mentre il tiepido sole di un’eterna primavera avanzata filtrava tra le persiane accostate. Attorno a quello specchio lacustre anche altri avevano trovato alloggio formando una piccola comunità spirituale di santi e beati cosiddetti minori, nessuno dei quali gode di una grande popolarità tra gli umani, tutti morti per cause naturali, nessun martire tra loro. Isidoro aveva stretto amicizia con Paolo, un beato in attesa di canonizzazione, morto di polmonite in giovane età durante il sacco di Roma, un’occasione di martirio purtroppo non colta.

“Buongiorno, egregio maestro!” disse Paolo entrando nello studiolo di Isidoro, rendendosi immediatamente conto dell’assurdità dell’augurio in un mondo dove non c’è differenza tra il giorno e la notte.

Isidoro sorrise pensando che, per uno che aveva scritto venti volumi per dimostrare che le cose trovano una spiegazione nell’etimologia delle parole che le descrivono, quell’augurio sarebbe stata un’improprietà di linguaggio intollerabile. Ma la rigidità intellettuale della giovinezza con gli anni s’ammorbidisce e, ancor più in Paradiso, s’impara il sorriso e l’elasticità del saggio.

“Buongiorno a te, caro Paolo!” rispose adeguandosi di buon grado alle inesatte convenzioni del discorrere quotidiano. “Qual buon vento?” E cos’è mai il vento nel Regno dei Cieli dove l’aria è sempre ferma? Si chiese sorprendendosi ancora una volta della sua rinnovata approssimazione.

“Oggi sulla Terra è il 4 aprile, maestro. L’hai scordato?” disse Paolo depositando sulla scrivania una decina di pratiche d’ufficio, diligentemente impilate e separate dentro carpette di colore giallo ocra.

“Ah già! La festa dell’onomastico!” Poi passò il pollice sulla pila a contarle. “Tutto qui?” Isidoro non trattenne un moto di delusione.

“Fino a qualche secolo fa Isidoro era un nome molto diffuso, tra tutti i ceti sociali. Era l’amore per la cultura e per la conoscenza a guidare i genitori nella scelta del nome per il loro figliolo. Talvolta a suggerirlo era invece la memoria di un vecchio avo distintosi per particolare saggezza e sapienza. Poi i tempi sono cambiati, la gente ha cominciato a diffidare della cultura e Isidoro è diventato un nome quanto mai raro, ma pur sempre distintivo, d’elite.” Paolo cercava goffamente, con parole di circostanza, di consolare il vecchio maestro.

Isidoro annuì distrattamente, prese la pratica in cima al mucchio, inforcò gli occhiali e cominciò a sfogliarla. Si trattava di una preghiera, la richiesta di un’intercessione in un affare di cuore. Un uomo maturo rifiutato da una giovane fanciulla, felicemente innamorata di un coetaneo, gli chiedeva consigli su come conquistare il suo cuore. Il maestro fu preso dallo sconforto e passò oltre, ma nessuna delle pratiche successive gli parve degna di essere presa in considerazione. Tra richieste di dazioni in denaro, storie di invidia al limite della malvagità, domande per eliminare il malocchio, questioni di eredità tra fratelli, il maestro giunse alla fine della pila di cartelle in meno di dieci minuti, svuotato di ogni energia.

E pensare che avrebbe aiutato con grande entusiasmo l’uomo che studia, che ha desiderio di apprendere, che guarda il mondo con occhi liberi da pregiudizi. L’avrebbe preso per mano, gli avrebbe creato le condizioni per giungere da solo alla verità, indipendentemente dalla condizione sociale, dalla religione e anche dalla moralità. Anche dalla moralità!

Non aspettava che quella preghiera.

 

Qualche altro secolo terrestre trascorse così, un nulla per il Paradiso, qualcosa di simile al battito d’ali di una farfalla.

Il beato Paolo si presentò trafelato nello studiolo del maestro. Era ancora il 4 di aprile e sotto il braccio portava una sola cartella, gialla ocra. Sotto il suo sguardo ansioso, Isidoro l’aprì col solito sentimento di sconfitta e di cupa rassegnazione dentro il cuore, poiché s’attendeva un’ennesima supplica moralmente inaccoglibile. Ma non era una supplica. Era una lettera. La lesse a voce alta.

 

Caro Isidoro, Santo e Dottore della Chiesa, che tanto illustrasti la fede nel Signore,

Ti sarà giunta voce di come, nell’ultimo scorcio di secolo, i nostri fratelli in Terra abbiano modificato radicalmente le loro abitudini di vita. In pochi anni di progresso scientifico il mondo ha subito più cambiamenti di quanti ne abbia avuti dal sacro giorno della creazione.

Un’economia da sempre basata sull’agricoltura e sulla pastorizia è stata prima affiancata e poi praticamente sostituita dall’industria. Le categorie professionali, alle quali va la nostra attenzione e la nostra doverosa protezione, immutate per secoli se non per millenni, si sono arricchite di nuovi mestieri, molto diversi dal contadino, dal pastore, dal falegname, dal fornaio, dal muratore, coi quali tradizionalmente ci siamo sempre rapportati. Il progresso ha chiamato a sé nuove figure di lavoratori.

Noi guardiamo con benevolenza, ma anche con preoccupazione l’evolversi delle abitudini di vita dei nostri confratelli. E’ nostro dovere intervenire, ove possibile, per correggere gli inevitabili errori e per proteggere le nuove professioni della scienza e del progresso.

Cosa sarebbe il progresso tecnologico e scientifico senza il controllo di una guida spirituale?

Osserviamo con grande interesse il mondo del lavoro, in quanto espressione massima dell’attività e dello spirito dell’uomo. Nello specifico Ti rivolgiamo il nostro invito a prestare la Tua opera di consulenza spirituale e di patronato nell’ambito di una nuova e diffusa branca dell’attività umana: l’informatica. Tenuto conto della Tua grande esperienza maturata nella vita terrena nella raccolta antologica ed enciclopedica delle conoscenze umane, simile per organizzazione alle informazioni contenute in un database, la presente Commissione ha identificato in Te la guida più adatta a ricoprire l’incarico di patrono di internet e di protettore dei lavoratori dell’informatica.

Certi di una Tua risposta affermativa, a disposizione per eventuali chiarimenti, Ti inviamo la nostra più sincera benedizione

Santa Commissione per i Patronati

 

Un silenzio preoccupato, carico di una domanda imbarazzante, aleggiava nello studio. Fu Isidoro a romperlo, a malincuore, col pudore, il rispetto e l’umiltà dell’ignoranza che, quando è riconosciuta, rasenta la saggezza: “Tu sai che cosa sono internet e l’informatica, beato Paolo?”

Paolo alzò le sopracciglia in un’equivocabile espressione negativa.

“Ci informeremo” concluse il maestro con una voce nella quale il discepolo riconobbe un entusiamo che non gli aveva mai sentito. Qualcosa d’antico, come d’un’altra vita quasi dimenticata, piegò il labbro del santo in una smorfia repressa che a Paolo sembrò un sorriso.

 

Né Isidoro, né Paolo pensarono mai alla scorciatoia della scienza infusa per trovare un facile accesso alla sconosciuta tecnologia. Sarebbe stato legittimo farlo, era nelle loro facoltà e nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire, nemmeno Lassù. Al contrario fecero dell’umiltà il loro metodo di studio, accostandosi con la fatica e i dubbi dei comuni mortali ad argomenti ostici e astrusi, soprattutto per chi è vissuto in epoche storiche così lontane dall’elettronica da non poter essere in alcun modo immaginata. “Se vuoi godere della fiducia dei tuoi protetti, devi essere credibile”, amava ripetere Isidoro. “Nell’esempio sta la forza delle idee. Non si è forse fatto uomo nostro Signore? Non ha forse sofferto senza sconti le sofferenze dell’agonia sulla croce, la più atroce delle morti?”

In breve la capanna al limitare del bosco di betulle fu trasformata in un vero e proprio laboratorio e centro studi di elettronica e informatica. Client-server, internet, web, adsl, tcp/ip, cobol e java divennero il pane quotidiano di Paolo e Isidoro. Ogni mattina il discepolo trasmetteva al maestro le suppliche via e-mail che sostituirono i polverosi faldoni e le vecchie cartelle di colore giallo ocra.

In quanto al contenuto si trattava in gran parte di quesiti tecnici o segnalazioni di apparenti malfunzionamenti hardware o software, ai quali Isidoro, fedele al principio che la conoscenza, per trasmettere i valori dello spirito, deve mantenere un costo in termini di applicazione intellettuale, rispondeva senza esprimere una soluzione esplicita, ma indicando la strada da percorrere per trovarla.

Inoltre non dimenticava mai di concludere le argute risposte con la sua personale benedizione e il suo conforto, peraltro sempre richiesti dai suoi protetti, perché la tecnologia, senza la fede, non è nulla.

Anch’io, che sono un lavoratore dell’informatica, ogni mattina, nel momento di accendere il computer, mi raccomando a sant’Isidoro, che immagino un vecchio burbero ma buono dalla lunga barba bianca, com’é rappresentato nella statua alla Biblioteca Nazionale di Spagna, affinché sorvegli e guidi il mio operato e mi preservi dalle insidie del lavoro e dai pericoli del mondo.