un racconto di Silvia Di Lorenzo

20/02/2021 0 Di wp_6937204

IL POETA FOLLE

L’uomo mi attendeva alle soglie del bosco. Il suo sguardo era dolce, come stupito del vivere. Il sorriso triste. Il volto era segnato da rughe appena tracciate dal tempo e i capelli attutivano, con spruzzi di cenere, il colore intenso di una giovinezza trascorsa.

Lo guardavo incantata, colta dalla sorpresa di trovarlo lì, nei pressi del bosco, dove sempre vagavo, alla ricerca di sogni che si inventano e di realtà che si propongono. Decisi di affidarmi. Mi misi in ascolto…

Quale storia o sogno intendeva propormi…? Dimensioni imprecise. Ogni cosa poteva essere realtà, sogno, cronaca, attesa, ricordo, allucinazione, delirio…

Capii che non era il caso di definire i sentieri…Dovevo solo tendere orecchio e il cuore e lasciarmi guidare sulle rotte di un rito antico e nuovo: quello della fiaba che si crea e che trascina su percorsi strani, allucinanti, a volte proibiti…o intricati, ma pur sempre veri se essi riescono a tratteggiarsi, a definirsi…a raccontarsi.

L’uomo mi prende per mano. Mi trascina al tempo della giovinezza. Mi propone la realtà dei suoi giorni.

La sua mente, libera, formulava pensieri. Le sue mani e tutto il suo corpo compivano i gesti di sempre. I giorni rincorrevano i giorni e lui sopportava la fatica e il suo tempo. Si scontrava con la concretezza del quotidiano e si inabissava nei territori dei sogni.

Tutto scorreva. Come un generoso fiume fluiva l’esistere.

Lui beveva la vita, la assorbiva come il mare la luna e mai pensava di innalzare barriere né di farsi scudo o corazza per difendersi dalle emozioni del mondo, dalle aggressioni del vivere, dai disagi, dalle percezioni ossessive, a catena.

Lui beveva la vita con l’incoscienza degli innocenti e pensava di poter tutto contenere, tutto sorbire, tutto accogliere … E viveva trasognato e puro la sua storia, la sua fatica e un sogno sperato d’amore. Può andare in frantumi la mente? Può esplodere il cielo, l’anima, l’universo dell’uomo?

Ecco, colui che attendeva alle soglie del bosco vuole dirmi… l’esplosione… le meteoriti che sono scoppiate nella sua testa fino a togliergli i pensieri, fino a lasciarlo alle soglie di un abisso indefinito, senza confini e senza dimensioni…

“Persi così, d’un tratto, il senno…. e mi ritrovai nel vuoto, dove un fantasma vigile mi informava dell’inferno e del dolore di ciò che accadeva…Mi persi nel buio… I pensieri…i pensieri… dov’erano finiti i pensieri?

Essi aleggiavano in un buio immenso. Vagavano come insetti, in uno spazio infinito. Più non mi appartenevano. Incuranti del mio esserci. Autonomi. Vaganti. Si erano costruiti un loro mondo e lì dimoravano, volteggiando come corvi, come farfalle… impalpabili… Impossibili da afferrare, da cogliere, da contenere…Come uccelli senza meta…vagavano in uno spazio …interno o esterno alla mia anima? Non so, … come non so cosa restava della mia anima. Di certo posso solo dire che vivevo in compagnia di un fantasma vigile, che mi lasciava intravedere il dolore del mio cuore e la pazzia della mia mente.

Ti ho atteso alle soglie del bosco, …volevo mi portassi con te, volevo racchiudessi in te il mio esistere …Quanto vale la mia storia?… Vorrei condurti su sentieri assolati, ma…seguimi un poco ancora nel buio… anche il buio può farsi chiaro e condurre verso terre desiderate…Affidiamoci al tempo…” 

A convincermi era la sua dolcezza… e mi incantava il suo sguardo…Avrei seguito, fino in fondo, la sua rotta. Mi sarei persa dentro la sua foresta…fino a conoscerne i percorsi, il buio e l’intreccio…

Ci tenemmo ancora per mano…di nuovo avvertii il calore della terra promessa, l’incanto dei sentimenti, la magia dell’universo dell’uomo…Andiamo nel mondo della follia, …senza timori immergiamoci in essa, come in un sogno, che ci cattura perché ancora una volta è parte dell’uomo, ancora una volta è una sua dimensione…  Senza timore lasciamo che ci sommerga il mare; che ci ispiri, che resti, che vada…

” Ebbi visioni, di un mondo perduto, che non aveva orizzonti o confini. Osservavo, sullo schermo dapprima oscurato, dimensioni surreali, spazi metafisici, dove muse di marmo e catastrofi di silenzio sommergevano le percezioni e trascinavano fuori dal tempo, dalla gioia e dal dolore, dall’esserci e dal partecipare. Visioni, visioni…spazi, oggetti, pensieri… senza senso, parole nel vuoto…Questo era il territorio nel quale navigavo non trovando altra rotta, senza neppure il conforto dell’inconsapevolezza…Il fantasma vigile, infatti, mai si addormentava.

Vegliava di continuo il mio sonno e il mio incubo, non mi permetteva di cancellarlo né di dimenticarlo e, così come non potevo dimenticare, non potevo nemmeno vivere…No.… tutto doveva restare nell’eternità di quell’ universo sospeso, dove non penetravano luci, non arrivavano brezze, non c’erano stagioni; nessuna estate e nessuna primavera; un nulla di tristezza dove niente fioriva e niente moriva…

Chi ero? Cosa conoscevo? Come ritrovarmi?

Spazi, vuoti e infiniti, parole vaganti come uccelli alla deriva nell’oscurità…parole, parole…

Non potevo sapere… non sapevo… ma osservavo le vuote parole rotolarmi davanti, andare, venire, perdersi, tornare…

Non conoscevo il desiderio… ma, se avessi potuto catturarle, mi sarei riappropriato della mia vita e dei miei sogni? Esse avrebbero dato senso al tutto? Sarebbero state le matasse del labirinto…?

Non avevo Arianne che srotolassero il filo, … però non avevo scordato l’amore…In qualche oscura e profonda caverna del mio “io” disperso, l’amore continuava a coltivare il suo mito, …  nutriva forse speranze di risveglio.

E giravano le parole, volavano, mi rotolavano davanti in quegli spazi metafisici…Catturarle, unirle, tenerle!

I pensieri, i pensieri…rivoglio i miei pensieri e il mio sentire… il mio mondo di gesti, di sensi, di quotidiano, di vita…!

Così come s’era oscurato lo schermo e com’erano fuggiti i pensieri, intravidi di colpo, ad un tratto, le parole aggrumarsi, condensarsi in un mucchio piccino e poi…come matassa che si scioglie, vidi scaturire da esse un pensiero, compiuto, di senso, vero, che esprimeva…non so…Diceva di esplosioni di stelle, di cumuli sepolti di neve, di ricordi, di altro…

Mi aggrappai a quel pensiero come il rocciatore alla corda e, parole dopo parola risalii la scarpata, mi tolsi dal precipizio dove tanto a lungo avevo dimorato…Come il naufrago che si affanna a guadagnare la terra, rincorsi a bracciate il pensiero di stelle e di neve… di scoglio in scoglio le parole mi portarono a riva. Approdai, lì, sulla spiaggia della salvezza e innalzai a piena voce il mio canto…Sono l’uomo venuto dal nulla e trascino con me la mia poesia…

Le parole, come stelle, come aghi di pioggia, come lapilli  infuocati, come scalpelli di neve, caddero sulla spiaggia, spegnendosi dolci nella rinuncia della caduta e, su quella che divenne la mia fertile terra, esse costruirono stupendi castelli, cattedrali svettanti, edifici di sogno. Lì seminarono speranze, promesse, ricordi e magie e lì crearono il mio e il loro paradiso.”   

Rimango lì, attonita, sul sentiero della follia e della salvezza e stupisco del travaglio dell’uomo e del potere di aggrapparsi agli scogli e agli uccelli.

Poi le vedo sul sentiero, nello spazio vuoto del racconto, le parole volanti e remote e anch’io le vedo aggrumarsi in un mucchio e dipanarsi in magia che salva e bonifica. Alzo un braccio e la catturo la poesia della storia, la porto con me attraverso la poesia della vita.

Il folle poeta mi avvolge nel suo pacato sconfinato sorriso…Continua il cammino… Mi precede…sbircia, a tratti, il mio andare e il mio passo… Non mi va di uscire dal bosco, né di abbandonare l’uomo…il sentiero, il racconto, la dolcezza, la sera. Mi fermo ad una radura, …chiamo il poeta, lo invito alla sosta. Mi faccio vicina… Accarezzo quel volto, le rughe minute… il mento, la fronte, lo sguardo. Trattengo tra le mani quel capo che contenne l’orrore dei pensieri perduti e la magia delle parole ritrovate. Posso contenere tra le mani la poesia e la follia e, grata per un ritrovato amore, mi dico che è ora d’andare. Lo lascio lì, immerso in un raggio di sole, l’uomo che seppe raccontarmi, una fiaba che pensavo possibile e vera, ma alla quale solo quella sera, in quel bosco e su quel sentiero di bellezza e follia, riuscii finalmente a credere davvero.

(Silvia Di Lorenzo)