Nel mio regno non vi sono filosofi

Nel mio regno non vi sono filosofi

23/02/2021 0 Di wp_6937204

Quando ho scelto come titolo di questa raccolta Nel mio regno non vi sono filosofi, subito mi è balenato alla mente il suo naturale sottotitolo, Diario interiore di una coscienza, riedizione ideale del fin troppo abusato in interiore homine habitat veritas. Del resto, però, se veritas è vocabolo impegnativo, non si tratta, d’altra parte, neanche di un viaggio hic et nunc nella mia interiorità. Ho sempre sospettato che l’introspezione sia sopravvalutata.

Nutrivo piuttosto tutt’altro intento, un’ambizione, forse: collocare me stesso e le esperienze biografiche ed intellettuali del mio vissuto all’interno di un ordine che si fonda invariabilmente sul senso del limite. Si spiegano così i versi che hanno a che fare con il limite della vita, specie quello, insopportabile, che delimita le vite di chi ci è caro (Non avrai sepoltura,padre, la tua materia/mi nutrirà. In questo stanco/epilogo di primavera si cela/una speranza, sulla fragile mano/si posa un nuovo dono del tempo nella Nekuya per mio padre), il limite del pensiero, con la sua arrogante e, insieme, così ingenua pretesa di sistematizzare il mondo imprigionandolo in anguste armature concettuali che finiscono per renderlo imperscrutabile (Lasciamo il cielo agli angeli!/Cancellata ogni emozione, resterà/il pensiero e sapremo infine/perché verità e coscienza/stiano a guardia dell’antico inganno in Le tavole della legge (dopo la discesa)); il limite del tentativo collettivo di cambiare il mondo attraverso la ribellione e le Rivoluzioni, fino al limite estremo, quello della poesia (La poesia è/menzogna/desiderio di fuga/tentativo maldestro/di celare l’istinto/che spinge al silenzio in Vorrei saper trovare).

E però, nel momento stesso in cui ne scrivo, ecco che la parola poetica, il verso, mi sembra sfuggire e guizzare via dal suo stesso carattere limitato sì, ma pur sempre proteiforme. Non ho mai creduto che la poesia avrebbe cambiato il mondo ma ho provato l’esperienza di come possa cambiare il singolo: la metafora porta con sé la consapevolezza del limite, ma senz’alcuna voluptas dolendi. Nel limite si riflette il tutto ma come in scala e questa consapevolezza deve manifestarsi sempre, lucida, a volte desolante, ma mai pessimistica o consolatoria. La libertà della mente non proviene da un’esigenze postulatoria.

Io mi sono divertito a fare il verso a Platone e questa volta al bando della città sono stati messi i filosofi. Non intendevo mostrare una via, né ricercare un senso: non l’ho mai fatto neppure da insegnante e non intendo certo cominciare ora; il mio punto d’approdo ideale resta la parola, mia e in prestito a chi se la prenderà. In questa direzione ho progettato l’aggiunta dell’inedito I versi perduti di Corinna in cui le voci protagoniste e narranti sono tutte e solo di donne. Quei versi sono perduti perché la loro saggezza antica resta celata se non viene sentita e riprodotta ogni volta in prima persona, da ciascuno (Così ella un giorno parlò:/Qualcosa di invisibile diviene forma/reale, offre provvisoria/sostanza. La danza ci guida/lungo la via, l’effetto è raffigurato/nell’azione, espresso nel rito,/richiamo al cosmico ordine/che non conosce tempo).

Questo libro, la cui gestazione si è ordinata sotto ai miei occhi in maniera naturale e, in buona parte, imprevedibile, non coltiva l’ambizione di trovare un senso, per me e per i lettori, ma piuttosto di uscire dal silenzio dando voce alle domande, queste sì, di ciascuno.