un noir di Angelo Marenzana

un noir di Angelo Marenzana

24/02/2021 0 Di wp_6937204

 

Tante porte

di Angelo Marenzana

Fisso la porta

Sto per varcare il confine tra il mio mondo di ieri e un microcosmo di anime morte, una palude plumbea che risucchia l’esistenza, dove la vita si nutre di tenebre e il tempo scorre senza specchiarsi in un naturale ciclo delle stagioni. Vedo i contorni dell’ingresso leggermente sfocati mentre la paura anestetizza le mie ultime energie. Sono in piedi di fronte a quella porta, una maledetta porta uguale a tutte le altre, in fila, una accanto all’altra, incastonate in un muro ingiallito dal tempo. Come quadri ordinati, esposti da un artista con poca fantasia.

L’agente apre la cella…

I catenacci scorrono tutti insieme in un concerto ormai quotidiano. Le porte dell’inferno si sono aperte. Una specie di terremoto scuote il cervello dei detenuti. Ogni volta qualcuno scarica tensione gridando una battuta, poi ride forte, in modo sguaiato, e si aspetta che si mettano a ridere anche tutti gli altri. Ma non sempre succede. Di solito è il momento in cui vince la tristezza. Una sorta di panico paralizza il respiro anche di gente che uccide magari solo per uno sgarbo non digerito. Nulla serve a sconfiggere la malevola sensazione che da lì a breve tutti noi saremo prigionieri in un antro maleodorante. Non c’è violenza che tenga. Tantomeno l’astuzia. Nulla. Se ne esce sempre sconfitti. Vince sempre il peso di vuoto e silenzio che invade il cuore ogni volta che il piede varca la soglia.

Entro…

Non provo neanche più il senso di angoscia dei primi giorni, quando non potevo credere che proprio quella sarebbe stata la mia nuova realtà. Una realtà che cambia tutto e che toglie tutto. Come se il Padreterno mi avesse piantato la vanga sotto i piedi ed il mio mondo conosciuto finisse risucchiato in una buca, sprofondando nel nero più cupo della terra. Una realtà da condividere con i tre demoni che mi tengono compagnia tutto il giorno, paura, solitudine e rimpianto. Dentro, una branda, un tavolino con un cassetto che contiene le poche cose concesse dal regolamento carcerario e una mensola con un paio di libri sgualciti. Sulla destra un divisorio sottile come un velo nasconde un minuscolo lavello e un water senz’asse. Tre metri per due è tutto lo spazio a mia disposizione quando la porta si richiude alle mie spalle con il suo rimbombo sordo. Il destino delle prossime ventidue ore è di starmene disteso sul letto. Altro non mi posso concedere. Mangio poco. Non riesco a dormire, nemmeno a leggere. L’unico sul quale potrei riflettere è il libro delle cose perdute. Nient’altro. Se non ossessionarmi di pensieri. Fin quasi a vederli, a toccarli con la punta delle dita mentre escono fuori dalla testa come un gioco di fantasmiper appoggiarsi sul muro, tra i contorni delle crepe e delle macchie di sporco.

Io, un tutt’uno con i ricordi…

Mi rivedo nella toeletta della Discoteca Tortuga. Anche lì tante porte, tutte uguali, tutte chiuse. Lo sapevo che dovevo tacere, che non dovevo farmi prendere dalla fretta di vuotarmi la vescica stracolma di birra. Dovevo aspettare il mio turno e basta. Avevo voglia di litigare, perché ne ero certo che dentro quei cessi non c’era gente che stava pisciando ma i soliti tossici che tirano su di naso, gli amanti improvvisati del sabato sera e i più furbi che si chiudono dentro con una ragazzina conosciuta mezz’ora prima. Ma io me la stavo facendo sotto, così ho aperto la prima porta che mi è capitata sottomano. Dentro era scritto il mio destino. Scolpito su una ragazzina seduta sulla tazza con una spada in vena. Cristo… sembrava incastrata tra sciacquone e water La testa ingiù, le gambe larghe. Esile, magra al punto che dalla schiena spuntavano le scapole come due alucce.  La pelle era bianca come la t-shirt. Pareva l’angelo delle ossa. Ho fatto un passo dentro e sono rimasto a fissarla come un idiota, senza aprire bocca e senza più la voglia di orinare. Una goccia di sangue sembrava pietrificata sul braccio, e a me il sangue fa impressione. Le siringhe che penzolano pure.

Morta senza un senso…

Sono rimasto un momento di troppo. Un’altra ragazzina alle mie spalle si era già accorta di tutto. Si è messa a gridare. Mi sono voltato e scorgo pure le sue amiche. In quattro. Tutte a gridare in coro. Subito è confusione. A quel punto sono riemersi anche gli altri dai cessi occupati. La toeletta si è trasformata in una specie di cassa di risonanza del panico di tutti quanti. Sono arrivati anche due della sicurezza, armadi neri vestiti di grigio. Guardavano me anziché la morta. Forse pensavano che l’avessi ammazzata io. Si sono fatti largo. Poi uno ha tirato fuori il telefonino e l’altro mi ha stretto per un braccio quasi temesse la mia fuga.

Non c’entro un cazzo, io…

Le cose sono state messe subito in chiaro con i poliziotti. Ero completamente estraneo alla faccenda. Quella bimba non sapevo nemmeno che esistesse. E la merda che si era infilata in vena non gliel’avevo certo venduta io. Però allo sbirro, in questura, mentre io firmavo la dichiarazione, è venuta la bella idea di fare lo zelante, forse perché quella faccenda gli aveva rovinato il turno di notte costringendolo a lavorare anziché andare di pattuglia a curiosare tra le puttane in periferia. L’intoppo notturno gli aveva stuzzicato la voglia di rovinare la serata pure a qualcun altro, e io ci sono cascato a pennello. Ha voluto perquisirmi. Per precauzione. E dall’interno degli stivali sono saltate fuori le pasticche di extasy. Un centinaio. Mica roba da poco.

Sfiga su sfiga…

Come incontrare in tribunale un giudice intenzionato a darmi una punizione esemplare. Ha voluto presentarmi il futuro come un tempo per soffrire, perché, proprio in quei giorni, era morto un ragazzino che aveva esagerato a ingoiare pasticche come le mie, di certo comperate da un qualche farabutto come me. Giornali e televisioni avevano sollevato un gran casino e quando ci sono capitato io sotto le sue grinfie, il giudice mi ha visto come capro espiatorio e ha pensato bene di dare un segnale alla società civile. Una condanna come giusta quanto severa punizione. E mi ha relegato per cinque anni in carcere, costringendomi oltre una porta colore del piombo, a specchiarmi tra i miei rimpianti e in tutto ciò che muoredentro di me, minuto dopo minuto.

I 12 romanzi di John Connelly citati nel racconto

  • Tutto ciò che muore (Rizzoli 2000 – Fanucci 2015)
  • Il ciclo delle stagioni (Rizzoli, 2001)
  • Gente che uccide (Rizzoli, 2002)
  • Palude (Rizzoli, 2003)
  • L’angelo delle ossa (Rizzoli, 2006)
  • Anime morte (Rizzoli, 2008)
  • Il libro delle cose perdute (Rizzoli, 2008)
  • Gli amanti ( Rizzoli, 2010)
  • Le porte dell’inferno si sono aperte (Salani, 2010)
  • I tre demoni (Time Crime 2013)
  • Un tempo per soffrire  (Time Crime 2018)
  • Un gioco di fantasmi (Time Crime 2019)