un racconto di Carlo Maria Marchi

un racconto di Carlo Maria Marchi

24/02/2021 2 Di wp_6937204

 

Fu così

Quando c’era un pericolo, mia madre mi stringeva, ero felice, non pensavo ai pericoli, questo mi fece diventare coraggioso.

Avvenne che mi ritrovai all’improvviso seduto su un muretto vicino alla stazione assieme a tanti laceri e macilenti: avevano gli abiti stretti da spaghi e sciarpe, ubriachi, senza emozioni, parlavano da soli, rimanevano in silenzio, rassegnati.

Questi, tra i quali vi ero anch’io, vivevano esistenze stentate e senza più ordine. Spesso malati, la pioggia, le voci di fuori, il rumore del camion dei rifiuti, il giornale di una settimana fa.

Quando non ero ancora questo, la mattina mi svegliavo. Aprivo gli occhi, il letto, il caffè, il cielo, le montagne, sempre le stesse, sempre nuove: che meraviglia.

La TV, i film, le facce dei conduttori e dei politici; sempre le stesse, sempre nuove – forse rifatte – che noia. Le telefonate dei vecchi colleghi, i pettegolezzi. Sempre gli stessi, sempre raccontati come nuovi; che mal di testa.

Ecco fatto. Restituisco il maltolto agli scienziati con un pizzico di nostalgia. Era consolante innamorarsi ogni giorno di un mondo sconosciuto, vivendo di continuo la fatica e la sorpresa della scoperta, in un eterno ritorno all’infanzia.

Sono sicuro che, proprio come i bambini piccoli, l’uomo senza memoria avrà usato quel cervello sgravato dal peso dei ricordi per arrivare a cogliere l’essenziale. Peccato che poi si sia dimenticato di dircelo.

Non è così buffa questa storia?

Oggi sono qui, dormo in una vecchia scatola di cartone che prima conteneva un frigorifero.

Quando era novembre accompagnavo mio padre al cimitero e mi sembrava che tutti mi salutassero, le foglie cadono e così anche le persone si staccano dalla vita; andavamo a trovare i nonni e per ultima mia madre dalla quale ci fermavamo un po’.

Così va il mondo, c’è chi va e c’è chi viene. I fatti brutti vengono da soli, quelli belli invece bisogna imporseli con la volontà.

La società mi aveva offerto tutto quello che mi occorreva, ma io non me ne accorsi, soltanto dopo, troppo tardi, ricordai e compresi.

Vicino casa, sotto un’edicola votiva, si metteva una donna, vendeva frutta. Aveva un carrettino che alla fine della giornata un cavalluccio riportava a casa. La signora della frutta, prima di iniziare il lavoro, con un lungo scopettone puliva l’edicola votiva, toglieva la polvere sollevata dalle ruote dei carretti. Io non guardavo Dio da tantissimi anni ma appresi che certo Dio aveva insegnato l’amore per le cose e per gli uomini.

E venne il giorno, quel giorno che persi il controllo della mia vita, persi il destino di essere amato.

E’ il futuro che ci osserva e ci aspetta.

Fu una notte che il mio vicino, Ibrahim si chiamava, volle andarsene.

Guardare il corpo di Ibrahim fu come sbattere contro un muro, mi sentii profondamente solo, quasi morto come lui, ma mi fece un regalo. Tenni le sue mani tra le mie e fu come ricevere da lui un addio che non avrebbe potuto pronunciare.

Poi la morte si avvicinò a me; lasciai lo spazio al dolore e alla sofferenza, anche al rimorso.

Quello che mi stava vicino, lacero e sporco, raccolse la mia mano.

 

L’Aquila, 02/01/2021

Carlo Maria Marchi