un racconto di Alessandra Zenarola

un racconto di Alessandra Zenarola

26/02/2021 0 Di wp_6937204

 

VIAGGIO DI NOZZE

Dovevano partire a mezzogiorno, cerimonia sobria e tanti saluti. Invece gli amici avevano tirato fuori damigiane e bicchieri di plastica, la piazzetta davanti al municipio si era trasformata in un cortile in festa e avevano brindato tutti, dall’assessore alla cultura al passante occasionale.

A Udine non si era mai visto un matrimonio così sessantottesco, dicevano le amiche di Dorina che per andare alla cerimonia si erano tirate a lustro con l’idea che alle nozze degli altri si fanno conquiste, e si erano conquistate solo lanci di merlot sui vestiti di gabardine.

Al quarto brindisi era scoppiato l’applauso e l’invito agli sposi a levarsi dai piedi.

Così, alle due del pomeriggio, Dorina era salita di sbieco sulla Lambretta un po’ malferma sulle gambe, e a suo marito Libero, sposo novello e felice come un cielo blu, girava la testa per la contentezza. Come a Dorina, del resto, che era rimasta vedova a vent’anni e sola per un’eternità.

Libero l’aveva conosciuta alla manifestazione del partito comunista. Dorina indossava la minigonna e aveva una gran voglia di innamorarsi di nuovo.

Libero è giovane, ha quindici anni meno di Dorina, ma per lei è disposto a cambiare le abitudini e lo stato di famiglia.

Si erano comperati delle scarpe nuove, una mensola per i libri e i soprammobili e un frigorifero con lo scomparto per il ghiaccio. Non gli erano rimasti i soldi per il viaggio di nozze. Dorina fingeva un distacco ma in cuor suo era mortificata dalla delusione, si immaginava già a sgambettare sulle rive della Senna e a stordirsi con le bollicine di una coppa di champagne.

Libero tuttavia non era uno da lasciarsi scoraggiare. «Salta su che ti porto in paradiso, il nostro sarà un viaggio di nozze memorabile, ne parleranno ancora nel Duemila!»

Via, in sella alla Lambretta, si erano sbarazzati degli amici e della damigiana e via lungo le strade del centro storico di Udine a perlustrare le osterie.

Intanto gli invitati si erano dispersi, chi a casa, chi a lavorare perchè Dorina e Libero si erano sposati di mercoledì tanto per essere ancora più sessantotteschi e fuori dalle regole.

Convinto che nessuno li vedesse, Libero, sgasando la Lambretta come se dovesse raggiungere Trieste in dodici minuti, parcheggiò davanti al bar Cotterli. Sebbene perplessa, Dorina non ebbe il coraggio di dirgli che non avevano percorso neanche duecento metri dal municipio.

Entrarono. Al banco del bar Cotterli c’erano due vecchiette con i capelli azzurri che sorseggiavano un caffè schiumoso.

«Ce beveiso?»  li apostrofò il cameriere, un tizio col parrucchino e lo sguardo appannato.

«Due bianchi della casa» esclamò Libero, tutto orgoglioso di parlare in italiano per scacciare via quell’atmosfera provinciale.

«Non abbiamo bianchi della casa» esalò il cameriere.

«Allora ci dia un bianco di dove vuole lei.»

Le vecchiette con i capelli azzurri li guardavano con antipatia. Troppo stravaganti. Lei troppo anziana. Lui di sicuro uno spiantato, con quei pantaloni a zampa di elefante e una cravatta a disegnetti, lei con un abito di tulle trasparente che alla sua età non era proprio il caso.

Libero pagò, estraendo dalla tasca della giacca un portafoglio pieno di banconote da diecimila lire. Lasciò anche la mancia e risalirono sulla Lambretta. Attraversarono via Mercatovecchio. I negozi erano già tutti aperti, tranne gli alimentari e le macellerie che osservavano il turno di riposo. Una brezza leggera sollevava il vestito di Dorina, che cercava di tenerlo fermo con una mano. L’altra appoggiata sul petto di Libero. Gli sentiva battere il cuore.

La città si stava riempiendo di mamme con i carrozzini, di avvocati che uscivano dagli studi per andare a bersi il cappuccino, di capelloni che bighellonavano sotto la loggia del Lionello.

All’osteria dei Frati Libero domandò due rossi corposi accompagnati da sei fette di salame.

«Li voglio del colore delle labbra di mia moglie» disse.

L’ostessa, una con i capelli cotonati e due grandi tette, fissò Dorina e gli venne da ridere; o era scappato via il rossetto o quel signore doveva essere proprio innamorato pazzo. Portò i due rossi e il piatto di salame. Dorina e Libero fecero tintinnare i bicchieri. Libero commentò per darsi delle arie che il vino emanava una fragranza di boscaglia, Dorina lo guardò tutta ammirata e convenne che sì, il rosso sapeva proprio di boscaglia.

Bevvero occhi dentro gli occhi.

Fecero sosta al bar Da Caucigh per un altro rosso. Fuori iniziava a imbrunire e una pioggia leggera come un velo aveva ricoperto le strade e i marciapiedi.

Raggiunsero la motoretta, Dorina estrasse dalla borsa due impermeabili di cellophane azzurrino e ripartirono per altre osterie. Le trovarono chiuse. O era troppo presto, o era troppo tardi. Una sprangata per ferie, una addirittura per lutto.

Senza perdersi d’animo, salirono fino al Castello. La Lambretta arrancava; gli ultimi cento metri di pendenza non voleva andare su, schizzava attorno sassi e fango e Dorina era convinta che sarebbero volati giù. Quando furono in cima, Libero appoggiò la Lambretta sul prato e si baciarono affacciati al panorama. Giù in strada si accendevano i primi lampioni e i fanali delle automobili, e da lontano la campagna brillava illuminata da un inizio di luna.

Dorina cominciava ad avere freddo, ma Libero disse che prima di tornare a casa bisognava buttare giù il bicchiere della staffa. Scesero dal castello a piedi, Libero con le mani sulla moto e Dorina con le mani nelle tasche dell’impermeabile.

Libero si infilò in via del Gelso e uscirono in Piazza Garibaldi. Il bar dell’albergo al Vecchio Tram era aperto. Prima di entrare si tolsero gli impermeabili azzurrini per non sembrare palombari. Dentro non c’era ancora nessuno, soltanto un uomo triste che tuffava il cucchiaio dentro un piatto di zuppa.

«Desiderano cenare?» chiese educatamente.

«No no per carità» farfugliò Dorina.

«Siamo qua solo per bere, ma che sia buono. Oggi è il nostro matrimonio» disse Libero.

«Allora ci vuole qualcosa di speciale» decise l’uomo, che mollò la sua zuppa e corse ad aprire la cantina.

Tornò dalla coppietta con due calici di vetro scintillante e una bottiglia di vinello dolciastro e dal profumo dei mandorli in fiore. Si rimise nell’angolo e lasciò che quei due amoreggiassero mentre il livello della bottiglia calava inesorabile come un fiume in secca.

Alle otto di sera gli domandarono se per caso avesse una camera. Libero gli spiegò che sua moglie era piuttosto stanca, sa, l’emozione, i parenti, e non se la sentivano di andare fino a casa con il diluvio che incombeva sul Friuli. La verità è che volevano trascorrere la prima notte di nozze in albergo, come se fossero davvero in viaggio.

L’oste li accompagnò nella stanza sul retro, lettone morbido e lavandino di porcellana bianca. Prima di spegnere le luci recuperò i due calici e la bottiglia mezza vuota e li posò sul comodino dalla parte di Libero. Buonanotte, disse, e richiuse la porta.

«L’ultimo brindisi, amore mio?» bisbigliò Libero all’orecchio della sposa, ma Dorina era già piombata in un sonno infantile. Libero fece l’ultimo brindisi da solo, poi si addormentò tra i capelli paglierini di Dorina, sparsi a raggiera sul cuscino.

 

Un’ottobrata magnifica, era scritto stamattina sul giornale

A Libero non interessa nulla se ci sia il sole o la pioggia; osserva la coppia di ragazzi appollaiati sugli sgabelli. Bella, lei, un giunco con le chiome corvine, lui sta telefonando con il cellulare e la ragazza si rosicchia le unghie.

Ha voluto provare un nuovo bar, tanto per cambiare orizzonte e per non farsi travolgere dalla nostalgia.

Un bar moderno con i tavolini trasparenti, gli sgabelli alti tre metri, certe luci che sembrano da sala operatoria e una musica brutta che esce dall’altoparlante.

La cameriera cammina sui trampoli e ha i capelli rosso fuoco.

«Desidera?»

«Ce l’ha un bianchetto al profumo di mandorla?»

La cameriera gli sorride e prende nota.

Il loro anniversario di matrimonio lo festeggiavano così, a zonzo tra osterie e cantine. Il giro del mondo, lo chiamavano scherzando. Se un’osteria era chiusa si infilavano in quella successiva.

 Finché Dorina si era ammalata e aveva cominciato a dimagrire e a perdere i capelli; non riusciva più a salire sulla Vespa, che aveva sostituito la storica Lambretta.

Al funerale di Dorina c’era un sacco di gente, e Libero non sapeva cosa dire a tutte quelle persone che gli stringevano la mano. Il giorno dopo era tornato in cimitero da solo e sotto la fotografia di Dorina aveva appoggiato una rosa rossa e un grappolo di uva fragolina.

«Ecco il suo bianco.»

La cameriera ha appoggiato sul tavolo una ciotola piena di mangime per gli uccelli e un’altra di patatine dure come pietre.

Libero assaggia appena. La vita è troppo corta per bere del vino cattivo, lo dicevano sempre lui e Dorina.

E con un gesto rapido, senza farsi vedere, getta il vino bianco dentro il vaso di una pianta finta, lì accanto al tavolino.