una distopia di Eowyn Milis

una distopia di Eowyn Milis

27/02/2021 1 Di wp_6937204

 

Lo vide all’improvviso ma non ne fu stupito. Ne aveva avvertito la presenza già da qualche minuto, pur senz’aver alzato gli occhi. Del resto, non avrebbe potuto fare altrimenti. Non ne avrebbe avuto la forza. Lo spettacolo davanti a se’ era talmente desolante da risultare quasi ipnotico. Come se distogliere lo sguardo potesse accrescere ulteriormente il suo senso di colpa. O forse, la parte della colpa che condivideva con tutti gli altri. La responsabilità di cui tutto il genere umano, incluso lui, si era appena macchiato. Ora, però, quello sguardo era un’accusa ancora peggiore che l’inchiodava alla coscienza dell’apocalisse inesorabilmente, con la sua denuncia fredda come la brina d’inverno, imperturbabile come le acque più profonde dell’oceano.

A ben pensarci, era lo sguardo di un testimone, incisivo proprio perché privo di ogni intenzione accusatoria. Quegli occhi si limitavano a restituire la distopia del paesaggio in tutto il suo orrore. Vaporetti capovolti, palafitte divelte, mattonelle dei pavimenti invasi dall’acqua, se non addirittura già galleggianti lungo le tracce residue di calli e canali ormai quasi completamente cancellati. I colori dei mosaici di piazza San Marco sbiaditi. Deformati. Completamente irriconoscibili. Placida, su questa desolazione, la distesa silenziosa del mare, così facilmente vincitore sulle ambizioni antropiche e l’irresponsabilità degli uomini.

Su una delle ultime colonne affiorate a pelo d’acqua, lo sguardo di quel gatto così serafico, sopravvissuto chissà come alla catastrofe. Del tutto imperturbabile, incurante del futuro. L’ultimo testimone dell’esistenza di Venezia prima che sprofondasse, inghiottita dalle acque.