un racconto di Carla Dolazza

un racconto di Carla Dolazza

01/03/2021 2 Di wp_6937204

 

CELESTE

Nacque il 29 febbraio del 1920, mentre la grandine rotolava sui balconi, sulle primule, sui tendoni a righe dei caffè e le gambe dei tavolini rotondi rabbrividivano quando soltanto ieri erano stati accarezzati dalle gonne di taffettà e di bianco cotone.

Odore di panni puliti, di sangue, di sudore, di capelli sul cuscino. I suoi occhi due fessure gonfie. Si dischiusero e lanciarono intorno un chiarore. La madre disse: “Celeste”, la zia Mimì che vive a Parigi disse “Sì, Célèste!”, ma il parroco non si lasciò convincere e, alla fine, disse: “Celestina, magari”. “No, Celeste,” replicò Elena. “Celeste”.

La zia Velia, però, aveva le labbra contratte e gli occhi severi. I fianchi rotondi – dov’era finito il bacino, sotto tutta quella carne? – della levatrice impedivano la visuale. Quel chiarore l’aveva visto. Ora si diffondeva nella sua testa, si fissava dietro il suo stesso sguardo. Benessere. Sorrise. Gli occhi chiusi. Era stanca. Non sapeva cosa stesse facendo il suo corpo snello, vuoto.

Le gambe tremano da sole. Che freddo. Non posso aprire gli occhi. Possibile che i suoi denti battessero così forte? Elena si girò verso la finestra. Sollevò le palpebre. Le tende erano state tirate e da quel triangolo là sotto, dove il ricamo a giorno si era incollato al vetro appannato vedeva l’acqua scrosciare in righe larghe, una sull’altra. La grandine feroce. Tutto di sé e tutto subito. Rumore che spaventa e che finisce. Come il parto. Era già così buio. Ma che ora era? Chiuse gli occhi. Non voleva dormire. Sentì la bambina piangere. Raccolse le gambe, ginocchia contro il petto per placare lo spasmo dell’utero stanco che vuole ritrovare se stesso. Brusio affannoso.

 Celeste aveva la bocca arricciata. Un ricciolo tondo e stupito. Due occhi grandi, due grandi pupille celeste chiaro. Chiaro da non potersi definire. Rideva sempre, o rimaneva in silenzio a osservare, mentre le sue gambe si agitavano, le ginocchia sembravano volersi parlare, i piccoli piedi alluce contro alluce. Celeste aveva tutta l’energia negli occhi. Era nata con le gambe magre accartocciate, i piedi rivolti all’interno. Il medico di famiglia aveva detto che non avrebbe potuto camminare.

A cinque mesi Elena la portava a spasso in carrozzina. Abito immacolato, sottana di pizzo e una copertina di piqué che le copriva le gambe. Celeste guardava il cielo estivo e ne assorbiva l’azzurro. Le sue gambe non si fermavano mai. Le foglie dei platani mosse dal vento le facevano danzare a ritmo convulso, scostando e avvitando in un groviglio la copertina di piqué appena stirata. Fu così che, mentre passeggiava, un giovane ortopedico si accorse di lei.

Celeste fu operata la prima volta a sei mesi. Lo fu di nuovo a due anni. Seguirono gli apparecchi ortopedici, le visite specialistiche, l’accettazione graduale del di più non si può fare. Intanto cresceva e sorrideva.

A cinque anni una testa di onde castane, due occhi grandi e chiari, un volto d’angelo che ha scelto la terra e non il cielo.

La sorella di suo padre, però, donna di mondo, aveva conosciuto il primario dell’ortopedia del Policlinico. Quel giorno saliva veloce, col fiato corto, le scale ripide fino al terzo piano ed entrava trionfante nell’appartamento di via Paganini. Le guance arrossate sotto la cipria, gli occhi piccoli, accesi, la bocca sottile e un pesante bracciale d’oro a maglia, intorno al polso minuto. Profumo. Nascondeva l’odore della casa, ne soffocava l’identità.

«Ho parlato col Primario, cara Elena, visiterà Celeste, ma vuole vederci alle tre, questo pomeriggio. Dobbiamo far presto, sono corsa qui prima che ho potuto!»

«Ma… Gabriella, la bambina ne ha già passate tante… siamo state appunto ieri alla visita di controllo…»

«E’ un colpo di fortuna, un segno del destino. E tu cosa vuoi fare? Darti per vinta prima di sapere? Potresti poi pentirti di non averlo fatto!»

Il pensiero sembra formare un gran buco di silenzio, ma non conosce il tempo, in realtà. Pochi attimi. Ansia. Alberto non c’è, non tornerà che questa sera, tardi. Ecco, lo so, lei già pensa che io non sia all’altezza della situazione, crede di avere tutte le risposte. Ma che ne sa di figli, lei? Lei, che per andarsene in giro per il mondo ha lasciato sua figlia in collegio. Che ne sa dei loro sguardi tristi e di ciò che pretendono che tu capisca senza dirtelo? Persino il cane ha dato via perché quella razza non era più di moda. Potrei pentirmi. Non c’è tempo da perdere. Dopo tutto è solo un piccolo sforzo, dire no perché è lei a propormelo. No, no, non potrei vivere con me stessa.

Il sole filtrava dalla tenda bianca sul centrino del tavolo di mogano, scivolava e poi cadeva giù, striscia netta sul bordo di legno spesso, spada sottile sul pavimento, fino all’angolo, sulle due paia di scarpine col cinturino, ancora umide di bianchetto.

«Su, preparati.» Non usava mille parole. Non cantava col tono sicuro di sempre e non attendeva repliche. I suoi occhi stretti – perché così stretti? Eppure c’era spazio sul suo viso – erano ora più scuri, lucidi? Umani.

«Dovrò svegliare la bambina e vestirla. Non riusciva a riposare con questo caldo.» Il caldo. Che importanza aveva il caldo. Per spostare l’attenzione, per inghiottire l’ansia e dar tempo al proprio volto di stendere le pieghe di famiglia, le parentesi intorno alla bocca. Poi si volta. I capelli scuri, un’onda sulla fronte, bocca grande e amara

«Cosa posso offrirti intanto, Gabriella, una limonata?» Cerca ancora di deviare il pensiero, chiede, pausa per non sentire lo stomaco stringersi, per abituarsi all’idea di rompere la routine di quel giorno, che aveva già immaginato lento e sereno.

L’altra tira indietro la sedia dal tavolo, si siede, le gambe leggermente allargate, il ventaglio vibra in cerca di sollievo.

«Niente, mia cara. Anzi, soltanto un bicchiere d’acqua, per favore. Ma non perdiamo tempo, va’ dalla bambina, prendo io il tuo cappello.”» Si alza di scatto, va verso l’armadio dell’ingresso. Sbircia, passando, fuori della finestra. Cerca la vita, vuole uscire dal silenzio di quella casa, dove i bambini riposano e l’odore della cucina sosta ancora nel corridoio. E’ stato già troppo a lungo.

Fuori la città è avvolta dal sole, le palpebre abbassate, i pochi cappelli su e giù per le strade assonnate, e i volti arrossati. Lento pomeriggio. Ogni tanto il Ponentino. I platani vibrano nella brezza leggera. Sostare con lo sguardo, appoggiarlo sulle foglie nervose, sulle righe nette che il sole disegna sul marciapiede.

All’ospedale Celeste si guarda intorno. La spogliano, le tastano le gambe, i piedini gonfi.

«Si può operare,» il Primario dice. «la ricoveriamo subito.» Subito? Alberto non c’è. Devo lasciare la bambina da sola. Non ho portato niente con me, e l’altra, la maggiore, l’ho lasciata con la zia Velia. Devo tornare a casa, non posso lasciarla qui, così subito. Elena è pallida, gli zigomi due macchie scure e gli occhi cerchiarti, la bocca più amara sotto il rossetto.

Luce rapida dagli occhi di Gabriella, d’intesa. Decide lei. No. Sa che anch’io ho già deciso. Ho già deciso? Operare di nuovo. Lasciare la bambina qui, da sola. Alberto non lo sa. Eppure mi sento meglio perché ci sei tu, Gabriella, proprio tu. Alberto non lo sa. «Porteremo ciò che occorre più tardi, Dottore. Va bene? Non eravamo preparate, vero Elena?»

«Sì, tornerò più tardi. Tra poco. Porterò la roba della bambina.»

Celeste li guardava tutti. I dettagli stipati nell’iride azzurra delle sue pupille. La bocca seria, le guance in fiamme. Spostava lo sguardo dal volto pallido della madre, di cui non cercava gli occhi nascosti dalla falda del cappello, impedita da un istintivo pudore. Timore di trasmettere apprensione, di trovarne conferma nel suo sguardo. Che cosa stanno dicendo di me. Tornare tra poco. Mamma ha sempre il cappello, le piacciono i cappelli.

Le pareti di quella stanza fresca, verde pallido. Dalla porta a vetri entra ed esce una suora vestita di bianco. Odora di sapone. Un sapone che sa di pulito, non di profumo. Sente salire il pianto. Non lo vuole. Non piange.

Elena col mento che trema, il labbro inferiore che sporge e ingoia quello superiore. Mamma fa sempre quella bocca strana quando ha il dispiacere dentro. Deve tornare subito, preparare ciò che occorre. Che cosa occorre? Non riesco a pensare. Avranno pazienza con lei che fa ancora la pipì a letto?

La camera era grande, con tante finestre. Si sentivano le rondini.

C’era un grande armadio in mezzo, con le ante scorrevoli, divideva i letti dei maschi da quelli delle femmine. La spalliera è di ferro dipinto di bianco, fresca quando la tocchi. Sui letti ci sono dei nastri rosa per le femmine, azzurri per i maschi. Il mio letto è quasi all’angolo e di fronte vedo quello dei maschi. Non mi escono parole, ma io le sento lo stesso. Non c’è rumore. Qualcuno dorme, io non ho sonno.

Lo vedo bene il letto col fiocco celeste di fronte al mio. E’ distante ma lo vedo. C’è qualcuno dentro. Si muove. Mi guarda, anche se nasconde la testa sotto il lenzuolo. Vedo il suo occhio scuro.

Faccio “così” con la testa, mi sporgo di lato e gli sorrido.

Giulio ha una gamba legata in alto, con una benda bianca, è ingessata. Lo hanno legato così per non far bagnare il gesso con la pipì. Anch’io sono ingessata. Non posso muovermi e le gambe sono piegate, anch’io per non bagnare il gesso con la pipì. La bambola è vicina a me, l’ho nascosta ieri sera sotto il secondo materasso, non volevo che Suor Ernestina la mettesse nell’armadio, poi se ne scorda, gliela chiedi e dice sempre “non adesso”. Però non è proprio quella che volevo. Volevo i due gemelli, quelli uno coi capelli neri e l’altro gialli. E’ venuto mio padre mentre dormivo, la scorsa domenica, l’ho visto ma non ho aperto gli occhi subito. Guardava fisso, girava intorno al letto. Me l’ha portata lui. Gli ho detto: “E l’altra dov’è?” “Non c’è,” mi ha risposto, “Non c’era più”.

Giovedì è venuta mamma, col cappello e un vestito di nuvola, però era scuro. Mi ha portato delle caramelle.

«Erano buone quelle che ti ho portato domenica scorsa, Celeste?» Mi piace come pronuncia il mio nome. A Giulio ho dovuto dire che può chiamarmi Celeste, tanto non capiva. Non lo sapevo se erano buone, gliel’ho detto, quando le ha consegnate alla suora, poi non le ho viste più. Allora quelle nuove le ha date a me, le abbiamo messe insieme sotto il secondo materasso, perché il primo lo girano quando fanno il letto. Giulio ci ha visto, ma non dirà niente. Mamma gli ha sorriso, e so che voleva accarezzarlo, lo ho visto che lo voleva fare.

C’è qualcuno là fuori. Batte e batte sul pavimento. Si allontana. Torna indietro. Batte. Ho paura. E’ vicino alla porta. La porta di vetro alta a quadratini. Sono i quadrati che non mi permettono di vedere, ci metto l’occhio vicino. Ho paura. Laggiù è buio. Resto vicino alla porta e passo il dito sui quadrati scavati. Dentro e fuori. Il dito va giù dentro il buco che non è bucato, poi sale, è salvo. Eccone un altro. Un altro pericolo in agguato, un altro quadrato col buco. Giù e su fino alla fine della porta. C’è un uomo qua fuori. Sembra vecchio. Ha una vestaglia, è rosso scura. I suoi piedi fanno ciaff ciaff e il suo bastone picchia ad ogni passo, avanti e indietro. La mia mano accarezza i quadrati di vetro della porta. Ora risale. Pericolo e salvezza. E’ buio dietro di me.

Se canto piano non ho paura, è bello se canto piano, è un suono gentile. E’ buio qui dietro. Lo so, è buio qui dietro, non devo voltarmi. Ci sono gambe rosa sulle pareti, scendono dal soffitto insieme a quelle cinte di cuoio. Ci sono macchie nere sul muro. Sono le streghe, tutte insieme. Vedo i cappelli a punta, ma la mia mano è sul vetro. Pericolo e salvezza. Se la mia mano rimane sul vetro non ho paura. Sono salva. Non mi prenderanno. Mi scappa la pipì. Ho fame. L’uomo vecchio non batte più. Non c’è più. Non c’è nessuno. Non posso togliere il dito dal quadrato, ho paura, mi prenderanno. Se il dito rimane sul vetro le streghe non potranno prendermi. Ho fame. Appoggio il viso sulla porta accanto alla mia mano. E’ morbida. Tocca la guancia. E’ bella la mano sulla guancia. E’ più buio ora. Non devo fare la pipì o mi terranno qui per sempre, e troveranno la bambola sotto il secondo materasso.

«Come mai questo letto è vuoto, sorella? Dov’è la bambina?»

Il volto più bianco della rigida tela che lo incastona. «Oh, Dottore, vado subito a prenderla.» Contratta, bianco su bianco, le pupille più grandi ora, scure, tutt’uno con le occhiaie. Scivola veloce sul pavimento lustro che odora di disinfettante. Il Dottore stringe le labbra. Due righe parallele. Passa al letto accanto.

Suor Ernestina torna con Celeste in braccio, semi-addormentata, una guancia rossa a quadrati, l’altra pallida e fredda.

«Dov’era questa bambina? Ha le braccia fredde. Sorella, come mai non era nel suo letto a quest’ora, e come mai non c’è il vassoio della cena su questo tavolino?»

«Ha bagnato di nuovo il letto, Dottore… Ho pensato che una lieve punizione…Provvedo subito alla cena, Dottore.»

La frusta con lo sguardo. Passa una mano sulla testa di Celeste e le rimbocca la coperta rosa fin sulle spalle. L’abito bianco della suora ha già quasi raggiunto la porta. Bianca e sola.

Gli anni della scuola elementare la resero consapevole dei suoi piedi diversi, delle cicatrici verticali sulle gambe prive di polpaccio, degli sguardi subito distolti delle altre madri.

Elena, col suo cappello e le sue scarpe lucide col tacco alto, silenziosa e segreta passava scatole di cioccolatini alla maestra per essere certa che questa avrebbe dato la mano a Celeste per scendere le scale che conducevano al cortile. I maschi le passavano di corsa accanto e le cantavano nell’orecchio “piedi a palloncino, piedi a palloncino”. Le femmine la guardavano, le facevano un sorrisetto e si sussurravano misteri nelle orecchie. Cominciò a reagire. Tirava fuori la lingua e li guardava in faccia. Poi si rese conto che non serviva a niente, anzi facevano peggio. Allora imparò a non rispondere, a ignorare. E così fu per tutta la vita. Quando non voleva offrire spiegazioni, o non voleva esporre il suo pensiero, non rispondeva, ignorava la domanda o la provocazione. Come se nulla fosse accaduto intorno a sé. A casa tornava con le guance arrossate e gli occhi di zaffiro. Non si lamentava. Non riferiva a Elena. A volte l’accompagnava Alberto, a scuola. Mano nella mano. Lui magro e silenzioso, che non udiva il mondo intorno a sé quando non lo voleva udire, che mai giustificava le proprie azioni. Dalla mano di lui a quella di lei e viceversa si trasferiva un naturale accordo. Sinfonia perfetta.

Celeste ora camminava e correva, su e giù per le scale. Saltava a corda e rideva. Le sere d’estate, insieme alla sorella Amanda, prendevano gli spicci dalla zuccheriera sbeccata della cucina, scendevano di corsa le scale di casa con le tazze del caffe-latte in mano e raggiungevano la latteria-gelateria prima che chiudesse. Il gelataio riempiva le tazze di crema e cioccolato fino all’orlo e oltre. L’eccedenza veniva leccata per far posto a un altro cucchiaio di gelato. “Ce n’entra ancora”. La paletta del gelataio raschiava le pareti della vaschetta e di nuovo deponeva il contenuto nelle tazze stracolme. Amanda rideva, poi diventava seria. Aveva sempre paura di sbagliare. Amanda obbediva, di rado trasgrediva, e se ciò succedeva veniva scoperta immediatamente. «Non sarà troppo, Célèste? Che dirà mamma? Guarda come ci guarda, non possiamo farlo tutte le sere. Vedrai che domani non ce ne dà più.» L’altra non le rispondeva, raccoglieva l’intensità dell’azzurro dei suoi occhi e tornava a far pressione sul gelataio.

A vent’anni, Celeste indossava gonne alla moda. Scarpe aperte d’estate e d’inverno e calze trasparenti. Ciò che è si deve vedere.

Nel ’46 Amanda riuscì a trasgredire. A disattendere le aspettative dei genitori, a provocare disillusione, preoccupazione, dispiacere. Lo fece tutto insieme, per tutto quello che non aveva fatto prima. Partì per l’America, dopo aver sposato un italo-americano più vecchio di lei. Uomo di buone intenzioni, che le aveva promesso l’America, quella che ti devi costruire da sola. Ma Amanda trovò comunque l’America che voleva, non quella che si era aspettata, nulla di offerto su un piatto d’argento, lo champagne doveva aspettare, ma era poi questo che voleva? Imparò la lingua. Si mise a lavorare, usciva ed entrava, riunioni di lavoro, feste in ufficio, dedizione, considerazione, piccoli successi. Trovò la sua America, se la fece pezzo per pezzo, e mantenne la sua famiglia.

Celeste rimase a casa e nessuno si aspettava che la lasciasse mai. Se si organizzava qualcosa, era Celeste a pensarci, se si aveva bisogno di qualcosa, provvedeva Celeste. E poi Celeste rideva e spegneva la tragedia nella vita, la rimandava al giorno dopo. Elena si appoggiava alla figlia, dava per scontata la sua presenza, non poteva fare a meno della sua vitalità.

Alberto, avaro di parole ma diretto nelle azioni, ne amava l’indipendenza e l’aiutava, riservato, a preservarla come il bene supremo. Egli stesso sgattaiolava, a volte, soffocato dall’abbraccio tentacolare dell’amore familiare, intrappolato in quel miele faticoso, che ti dona energia ma che se alzi la testa in modo non convenzionale ti macera con sguardi silenziosi e nella colpa di aver messo te stesso al primo posto. Grilli per la testa. Ce li hanno in molti, ma molti non lo vogliono sapere.

I capelli di lui, folti come quelli della figlia, più alti sulla fronte quando da dentro lo spingeva il desiderio di individualità. Solo per un attimo. Non il rifiuto di ciò che amorevolmente lo avvolgeva e di cui era fiero, lui ultimo di otto figli che non aveva conosciuto la madre. Nessuno doveva toccargli ciò che aveva costruito, che lo proteggeva e gli dava linfa. Tuttavia, benché non gli fosse possibile analizzare e collocare al suo posto il diritto di essere individuo, i suoi capelli si gonfiavano sulla fronte. Diventava più silenzioso, non rispondeva alle domande che non avevano bisogno di risposte. Prendeva il cappello, si lucidava la punta delle scarpe, indossava il cappotto di cammello chiaro e senza fa rumore si chiudeva la porta alle spalle. Elena lo sapeva. Non diceva niente. Andava bene così, perché a lei era la famiglia a bastarle. Sarebbe tornato più tardi, e lei si sarebbe fatta accompagnare da Celeste al Caffè, perché “ad una certa ora sembra proprio caderti lo stomaco per terra”.  Si vestiva. I capelli sempre in ordine, un’ombra di azzurro sulle palpebre e i tacchi alti. Poi tornava a casa, soddisfatta. Riponeva le scarpe nella loro scatola, indossava quelle da casa, aperte dietro e che fanno rumore mentre cammini, e preparava la crema con i biscotti per la merenda, d’inverno. Pane e uva d’estate.

Poche amiche. Amici nessuno. Non si usava. Celeste, però, conobbe Giulio Romano. A Villa Borghese, una di quelle mattine domenicali in cui il cielo di Roma ritaglia i contorni, sfondo azzurro senza graffi né sbavature. Si toglieva il cappello di panama quando la vedeva, con la mano spingeva indietro i capelli scuri che gli si aprivano sulla testa in una riga confusa. Lustri d’un tocco di brillantina. Respirava forte mentre lo raggiungeva e le gambe le sembravano riempirsi di uno liquido strano. Occhi negli gli occhi e le sembrava di perdere i sensi, aveva paura di cadere là, sulla ghiaia sottile. Com’era lunga quella sensazione. Se ne accorgerà.  Perché non riesco a controllarla. E’ il suo odore. Fissava lo sguardo sul collo di lui, i pori della pelle e quell’odore che trasudava da no so dove. Sorrideva e le facevano male le guance mentre il volto pallido di lui prendeva colore. Voglio respirarlo tutto, voglio ricordarlo più tardi, stasera. La mano di lui guscio sulla sua. Quanti passi abbiamo fatto, da che parte siamo andati. Dove stiamo andando. Poi la pelle del viso contro la sua e l’odore di vento. Non voglio chiudere gli occhi. Voglio vedere. Riconosco la pelle irritata dal colletto della camicia sul sudore. I capelli si arricciano sulla nuca. Capelli neri. Lisci capelli che si arricciano sulla nuca. Ci passo le dita, le faccio scivolare nelle goccioline di sudore. Ho il suo odore sulla mano. Apro gli occhi, li voglio più grandi per guardare, per vederlo tutto, e inspiro forte.

Otto mesi più tardi decisero di sposarsi. Giulio Romano, vedovo da tre anni ormai e senza figli, Celeste che aveva desiderato, senza mai esprimere il desiderio.

Elena passava dalla soddisfazione di comunicare il futuro evento a lunghi momenti in cui il labbro inferiore copriva il superiore, e trafficava per casa in silenzio. Alberto si sedeva a leggere il giornale. Quando Celeste gli si sedeva accanto guardava attraverso gli occhiali la forma che gradualmente il desiderio assumeva in lei.

Una domenica pomeriggio Celeste sarebbe andata a casa di Giulio Romano, dove avrebbe incontrato alcuni suoi cugini di Firenze per la prima volta. L’ufficialità di queste occasioni le creava malessere, un senso di nausea e di disagio. Metto l’abito celeste, mamma. Sì, disse Elena, però è un po’ corto. Non importa, mamma, è quello con cui mi sento meglio.

Giulio – ti chiamo Giulio, gli aveva detto. Non potrò mai chiamarti con un doppio nome, mi sembrerebbe di chiamare due persone e poi mi ricordi qualcuno, un occhio scuro, che spunta da una coperta. Appariva annoiato, pallido nella luce pomeridiana che a un tratto diventa livida e fa sbadigliare. Persino le sue labbra disegnate come quelle di una donna sembravano senza colore. Quando la vide si rianimò. Mentre girava intorno al tavolo invaso dai vassoi di pasticcini continuava a guardarla, a ritagliarla da lì, portarla via, lasciandosi dietro quello sfondo con un buco in mezzo. Accesero le luci. Fuori, la sera. Non consola la sera, non depone una coltre lieve di speranza ma ingarbuglia i pensieri, li mescola e li confonde.

Celeste non ne poteva più di quel divano, dei ventri gonfi di chi è seduto da troppo tempo a mangiare pasticcini che lo stomaco non chiede e neanche l’occhio ne vuol sapere più. Sono qui, disse a se stessa. Dovrei essere contenta, e lo sono, di far parte del suo contesto. Il suo contesto, che mio non è. Chiese di andare alla toilette. Finalmente un attimo da sola. Si guardò allo specchio. La pelle rosata contro il celeste del vestito, il seno tondo, la vita stretta. Il resto non si vedeva.

«Ha un volto notevole, non c’è che dire. E quei capelli, una massa di capelli… peccato, però… ma credi possa essere ereditario?»

«Mamma ha provato a parlarne con Giulio Romano, ma lui non ha voluto ascoltarla. Le ha detto che nulla e nessuno avrebbe potuto influenzare la sua decisione. E’ deciso, non c’è dubbio. No, non credo si possa sapere se è ereditario… d’altronde la sorella, quella che vive in America, è perfettamente normale, mi dicono.»

Celeste chiuse lentamente la porta del bagno dietro di sé, per non creare imbarazzo. Attese un attimo nel corridoio e lentamente percorse i pochi passi che la dividevano dal salotto.

«Vuoi bere qualcosa, cara?» «Volentieri,» rispose. Poco dopo disse che era giunta l’ora per lei di tornare a casa. Giulio era in cucina, la udì salutare. Non le disse “Così presto, già vuoi andartene?”. Il pomeriggio si era consumato. «Ti accompagno.»

Sotto casa si salutarono con un sorriso innaturale. «Cosa c’è? C’è qualcosa? E’ stato terribile, più di quanto si possa sopportare? É il commiato esaurito di colei che non trova più energie in se stessa?» Giulio sorrise, un sorriso senza sorriso. Celeste non rispose. Si schiacciarono contro il portone. Pelle e saliva. Di nuovo il suo odore. Ora le gambe non mi tremano più. E’ mio questo odore, mi appartiene. É il nostro odore, lo conosco.

Si lavò i denti, indossò il pigiama ma non si lavò le mani. Le portò vicino al naso. Lo strusciò lentamente sul dorso della mano destra, salì su fino al polso e indietro. Si tolse il pigiama. Si infilò sotto le coperte, le tirò su fino alla testa. Respirò piano, poi più intensamente. Imprigionò l’odore, lo fece arrivare fino alle orecchie, dentro le orecchie, poi in mezzo ai capelli. Rimase immobile per almeno un’ora. Si alzò, indossò di nuovo il pigiama, si lavò le mani. La parete era già diventata così scura per l’umidità, eppure l’avevano fatta imbiancare soltanto un anno prima. E’ così grigia. Prese la matita sul comodino, quella sul blocchetto dei messaggi. Salì sul letto e cominciò a tracciare grandi morbidi segni sulla parete. Celeste non era un’artista, non lo era mai stata. Celeste non aveva mai vissuto il tormento dell’artista, non sapeva disegnare, ma sapeva svegliarsi la mattina e guardare il giorno.

Disegnò un enorme angelo. Le ali grandi, il volto di pochi tratti ma l’occhio venuto bene, quello completo – non l’altro, rattrappito sulla guancia di tre quarti – la guardava, la seguiva dovunque si spostasse nella camera, la bucava con lo sguardo. Il collo lungo dell’angelo, i capelli lunghi, la tunica che copre le gambe. Pianse tutta la notte, poi si addormentò per non affrontare la luce timida dell’alba che somiglia troppo a quella del tramonto.

Il giorno dopo disse a Giulio Romano: «Non mi sposo, Giulio». «Non vuoi più sposarmi? Cosa sta succedendo? Cosa è successo?» «No. Non mi sposo, Giulio. Non è che non sposo te.» Teneva duro mentre l’odore di lui trasudava da ogni poro della pelle e incontrava il suo, lo riconosceva. Giulio capì che era definitivo.

Ciò che Celeste aveva desiderato e immaginato come inimmaginabile aveva preso forma, era diventato effetto. Il desiderio aveva programmato se stesso e compiuto il suo percorso.

Lo aveva avuto, era per sempre suo, era nella sua storia, da cui non sarebbe uscito.

Appena i tempi lo permisero, Celeste si iscrisse alla scuola guida e poco tempo dopo comprò una Fiat cinquecento di colore bianco.