Ninnì (Laura Di Nicola)

Ninnì (Laura Di Nicola)

01/03/2021 3 Di wp_6937204

 

NINNÌ

Ninnì guardò la casa avita fumare dal bordo stretto del vicolo. Polvere e macerie cantavano al ritmo stridulo delle carriole dei muratori, che facevano avanti e indietro con allegria senza pensare, senza sapere quali trame di sogni fossero intessute in quella malta antica.

«Eh tu… Che capisci, tu? Sei una ninnì!»

Non avrebbe saputo dire quante volte aveva ascoltato quelle parole, ma sapeva bene quanto quella domanda e il giudizio che nascondeva pesassero appese al suo collo, come una collana di malcelato senso di protezione. Era nata dopo tanto tempo, bambina in una casa di centenari, circondata dai discorsi seri e profondi degli adulti; era stata la ninnì della casa, amorevolmente maledetta dalla condizione di essere sempre troppo piccola per capire le cose degli altri, di anno in anno, finché anche lei non era diventata adulta, professionista, moglie.

Quel giorno sua madre era serena. Ninnì la guardò, come ormai da diversi anni era abituata a fare, cercando di riconoscere, dietro alla spessa calandra della malattia, le tracce della persona che più aveva amato e ammirato nella sua vita. Si chiese se sua madre sorridesse perché, in qualche modo, fosse stata in grado di riconoscere la sua Ninnì dietro quella cinica adulta coi capelli di un altro colore, e fosse tutta contenta che la sua bambina le fosse accanto.

Suo padre, invece, non era affatto contento. Quella casa avita, scossa da picconate di operai esperti, sventrata da architetti chirurghi e trasformata da loro in una residenza piena di tutte le comodità moderne, gli era costata cara. Aveva pagato il prezzo salatissimo del sogno di una vita accantonato per seguire la necessità e non era disposto a vederla strapazzare da mani profane, che non condividevano la sua visione. Quella casa avita, appartenuta alla nobile famiglia decaduta della moglie e ricomprata da lui, il figlio del fabbro, rappresentava il suo riscatto: era molto difficile lasciarla andare, accettare che quel sogno, da lui trascurato, non fosse stato condiviso e salvato, soprattutto dalla figlia, che invece aveva  voluto renderla “attraente” per un nuovo padrone, con la complicità di quei travet del computo metrico .

«Eh tu… Che capisci, tu? Sei una ninnì!»

Era la storia della sua vita – pensò Ninnì, mentre l’architetto la guidava in un’epifania di avveniristiche funzionalità fra mura antiche di secoli – essere diventata adulta senza essere mai stata grande. Pur essendo invecchiata, era sempre troppo giovane: lo leggeva chiaramente nell’atteggiamento di suo padre; lui, che per ogni giorno della sua infanzia e adolescenza aveva desiderato che crescesse, fremendo in attesa del giorno in cui si sarebbe seduta al suo posto, ora che lei si era presa carico di tutta l’eredità, faticava a lasciarle la mano libera. Ninnì era, però, consapevole che quella casa avita non era più il riscatto di una vita, ma rischiava, invece, di diventare una condanna: disabitata da decenni, vandalizzata, ammalorata dal tempo e minacciata dai terremoti, quella che fu la residenza degli avi rappresentava un pericolosissimo buco nero pronto a inghiottire le esistenze di tutta la famiglia. Ma suo padre non mollava: quella casa era un tesoro, bisognava scavare e non cementare, bisognava aprire porte e non chiudere ballatoi; bisognava farla diventare una locanda con ristorante, dove accogliere gli avventori narrandogli le storie che la mamma avrebbe scritto – quella mamma che non scriveva più nulla da tempo – non ristrutturarla per venderla al miglior offerente. Anche l’architetto conosceva quella nenia, ma continuava a sorridere mentre illustrava al poco convinto genitore le mirabilie dei nuovi impianti e la grande soddisfazione del nuovo, prossimo padrone.

«Eh tu… Che capisci, tu? Sei una ninnì!»

Io non capisco, ma so – si disse Ninnì – che le persone che hanno avuto una vita straordinariamente ricca spesso faticano ad accettare il ridimensionamento delle vite di chi gli è accanto. Per suo padre era stato più facile comprendere l’arrivo della vecchiaia che il desiderio della figlia di fare di meno, di fermarsi, di togliere. Ninnì era la sua continuazione, la sua speranza, come poteva non voler portare avanti quel sogno?

Ninnì, invece, la sua speranza l’aveva quasi perduta dietro a quel sogno che non era suo: la crisi, il lavoro che scarseggiava, il non essere diventata madre e l’aver perso per sempre sua madre pur avendola davanti agli occhi ogni giorno  le avevano reso faticosa l’idea stessa del “portare avanti”. La strada che percorse, un po’ per inerzia, un po’ attingendo a un serbatoio segreto di forze che lei per prima si stupì di trovare tanto pieno, l’aveva portata dove tutto era cominciato, cioè alla casa avita e al progetto di ristrutturarla per venderla.

A Ninnì pesava occuparsene e di dare, al contempo, un dispiacere al padre. Quella casa, però, non era mai stata il suo sogno: era il set di una delle tante storie meravigliose di vita vissuta che aveva ascoltato nel corso della sua infinita infanzia, storie e vite di altri, non sue. Ninnì voleva una vita sua ma prima ancora la libertà di viverla; così decise che l’avrebbe ottenuta, comprandosela con il ricavato della vendita di quella casa. Quel giorno era tornata lì per dare modo ai suoi genitori di salutare la casa avita per l’ultima volta; a lei, invece, serviva poter toccare qualcosa, fosse anche una parete fresca d’intonaco, per imprimersi nelle mani e nella memoria quel primo giorno di libertà.

 «Eh tu… Che capisci, tu? Sei una ninnì!»

Ninnì guardò ancora la casa avita che scompariva nel cuore del vicolo, fra ali di polvere di calcinaccio. Qualche passo dietro di lei, suo padre stava parlando dolcemente a sua madre, dicendole che la loro Ninnì era stata molto brava e che non aveva mai avuto dubbi che avrebbe fatto la scelta migliore: in fondo, ristrutturare quella casa era comunque un bel gesto d’amore filiale. Sua madre sorrideva, galleggiando nel suo mondo, come sempre; poi, però, a un tratto si rivolse al padre e disse:

«Eh tu… Che capisci, tu? Se n’è andata Ninnì!»

Non riconosceva più in quella cinica adulta coi capelli di un altro colore che le camminava davanti la sua cara, adorata Ninnì? No, in realtà non riusciva più a vederla, perché Ninnì se n’era andata davvero: era cresciuta.