un racconto di Lucia Vaccarella

un racconto di Lucia Vaccarella

03/03/2021 7 Di wp_6937204

 

Era piccola…

Era piccola, esile, curve appena accennate, piedini teneri, quasi da bambina. Uno scricciolo. Ma i capelli, quelli invece, un’esplosione di vera bellezza. Capelli morbidi, lussureggianti, piumosi. Oro puro, e talmente  lucenti da sembrare avessero  fatto prigionieri tutti i raggi del sole. Li portava sciolti e le arrivavano quasi alle caviglie, un manto di luce a coprire  povere vesti. La prima volta che la vide, intenta a strofinare i panni nel vecchio lavatoio con  altre donne della contrada  rimase folgorato, lui che era arrivato lì dalla  zona opposta del colle, per lavorare. Espressione inebetita  sul  volto, si sentì svenire –  cuore su e giù come la carrucola nel pozzo,  sudore sulla fronte e sul collo, respiro mozzato –  e dovette appoggiarsi al  tronco dell’unico albero presente là, nel tratto del sentiero affacciato dall’alto  sullo spiazzo dove fianco fianco le donne insaponavano, strofinavano, sbattevano i loro stracci a ritmo cadenzato.

Un albero strano, quello che lo andava sorreggendo mentre si sentiva venir meno per l’ emozione; selvatico, quasi la sentinella del borgo per gli uomini di ritorno dai campi coi muli  alle loro casupole fatte di terra. E su cui si bisbigliava, a voce proprio bassa, bassissima – hai visto mai che succede qualcosa a parlare di certe stregonerie – fosse stato scagliato un incantesimo. In effetti, sottile come era, con i suoi rami eleganti e nodosi, non era  né vivo né morto, uguale a se stesso in tutte le stagioni, senza marcire o fiorire.  Insomma un gran mistero, pure per i vecchi del posto che la sapevano lunga. Era di una specie rara, quell’albero, non se ne conoscevano di simili, perlomeno non sul colle che guardava, proprio nella zona di cui stiamo parlando, da una parte il profilo della Bella Addormentata – la chiamavano così la montagna del Gran Sasso, gli abitanti d’Abruzzo – e più vicino i calanchi e dall’altra lo sfondo della Maiella innevato tre giorni su quattro. Lei pure lo vide e arrossì  dello stesso rosso violento delle sue manine sciupacchiate dai lavori domestici e ora dall’acqua gelata. Alto, magro ma muscoloso, aveva  occhi che sembrava   volessero mangiarseli, i suoi. Sentì come un vento caldo investirla.

E il suo cuore d’improvviso mise boccioli… Si aggrappò alle sponde del lavatoio, quasi un mancamento.  Una vertigine sembrò risucchiarla, mentre  il sangue si rimescolava e un languore dolce fioriva dal petto e scendeva giù, sempre più in basso. Si innamorarono subito, come il sole del cielo, divennero inseparabili, lei un donnino e lui alto alto come un ebulo, ma talmente innamorati da far invidia anche ai cani più fedeli. S’erano visti a giugno e a luglio  già si sposarono; una cerimonia semplice nella chiesa di Santa Maria poco distante dal colle, dove erano arrivati su un carro trascinato da buoi vestito a festa con nastri rossi e campanacci festosi, lei indosso un abito modesto e una ghirlanda di rose selvatiche tra i capelli, dono dello sposo. Di ritorno nella contrada, la sera, sotto la luce di una luna grande e chiara sdraiata sul dorso delle colline circostanti, avevano festeggiato insieme ai vicini; in corteo dietro il carro gli abitanti del borgo li avevano seguiti a piedi sventolando fazzoletti per il gran caldo che saliva dalla terra, erano entrati esausti a chiedere ristoro al fresco della piccola chiesa e sopportato le incomprensibili parole del religioso e ora, diamine!, era giusto divertirsi almeno un poco…

Così avevano mangiato e ballato e riso e fatto musica fino a tardi; anche se l’indomani il lavoro li aspettava, per una volta si poteva andare a dormire non alla stessa ora delle galline. Poi, tra il canto un po’ ubriaco e malizioso degli amici, intrecciato con battute salaci, gli sposi si erano chiusi nella loro casetta di terra tirata su in fretta e furia, a ridosso del sentiero, vicino l’albero strano. Il giorno dopo il loro sposalizio, lui aveva rubato un giorno ai campi perché le aveva promesso una sorpresa, il regalo di un luogo segreto da dividere solo con lei.  Camminarono per ore costeggiando terre ricche di ulivi e vigneti tra ginestre in fiore. Poi dopo crinali e declivi, giunsero ad un sentiero che procedeva in una vegetazione sempre più fitta. Le foglie secche del sottobosco crocchiavano sotto i loro passi,  accompagnati solo da piccoli tonfi, fruscii,  frullo di ali o dal grido  di rapaci roteanti nel sole che si scarmigliava attraverso fronde ombrose. Infine, in mezzo a canneti, eccolo, il fiume. Si distendeva pigramente e li chiamava con i suoi bagliori di luce fresca. Un invito troppo forte per non immergersi e poi, via! ad asciugarsi sul tappeto ben pettinato d’erba confinante con campi arati, poco più in alto, sotto la luce abbagliante del primo pomeriggio, lei coperta solo dai suoi capelli, con un po’ di vergogna.  Lui allora glieli aveva accarezzati piano, con dolcezza infinita.  Hai braccia  come i rami degli alberi, ma le tue dita no, sembrano petali, sussurrò lei. Sei la mia regina anche se piccola come un cece. Sei la mia Cecerinella!,aveva bisbigliato lui, che pure era di poche parole, selvatico, e subito dopo ,infatti, era tornato ad affondare il viso nella sua chioma. Dio, quei capelli! Ci si perdeva. E ci sognava dentro. Il tempo si rallentava in quei capelli, ed era il tempo del concerto di cicale, del brusio degli insetti, il soffio caldo del vento, un presente dilatato.

Quei capelli erano il posto dove il tempo  per lui sembrava fermarsi per farsi amare di più. Ricamava i suoi capelli con le dita intrecciandoli a pensieri che non sapeva dire, oscuri, confusi, che pure s’aggrumavano e dilatavano il cuore. Nel fragore del canto di cicale l’odore di quei capelli gli  svelava il senso della pace. Giocava con la peluria tenera della sua nuca, glieli mordicchiava, vi intrecciava fiori. Quei capelli elastici e mossi come onde erano già il suo focolare. Sei la mia regina, ripeteva, con te vicino non ho paura… e avrebbe voluto dirle chissà quanto ma non sapeva farlo, le emozioni s’inerpicavano a stento lungo i sentieri della sua mente cercando luce e poi sprofondavano nell’ombra. Lungo i bordi lasciavano parole elementari, smozzicate, che cercava di essere rapido a cogliere prima che morissero come papaveri appena colti…Un giorno al mare, io e te.. le sussurrò quando si avviarono per ritornare a casa, perché il mare si vedeva  in lontananza  anche dal colle, e se t’arrampicavi sugli alberi lo vedevi brillare di scaglie argentate. Il mare. Non sapevano nemmeno cosa fosse davvero, ma  doveva essere bello come la luna e le distese infinite di grano. Insieme, sempre… rispose lei.  E la sera di quel giorno che fu il loro viaggio di nozze rimasero un po’ di più a guardare il tramonto fuori di casa seduti su povere sedie mentre la sinfonia degli uccelli diventava una preghiera lenta e si spegneva  nel grembo dell’aria limpida, immobile.  

Ecco, in lontananza la Maiella assume il colore dorato del pane, con striature rosa. Riflette vene ancora palpitanti di sole nel cielo che va azzurrandosi pigramente. La musica aerea s’attutisce, si smorza, riprende. Si spegne. Un assolo ritardatario si intreccia col lamento lontano di raganelle. Poi, silenzio. Abbandonati sulle sedie diventano questo tramonto, questi attimi, quest’eternità provvisoria. Ascoltano il paesaggio che si china su di loro. Mani aperte al blu ora palpitante di stelle, occhi chiusi. Re e regina. Nulla da pensare. Comincia a fluttuare nella notte languida e profumato il canto dei grilli. La riconoscono, la felicità. Lui re, lei regina. Il  domani di entrambi è appoggiato l’uno sul cuore dell’altro, per sempre.

Non è che ci sia molto altro da raccontare sulla loro vita, no. Era una vita semplice, povera, fatta di fatica e di giorni sempre uguali. Ma loro si amavano e questo bastava. La giornata cominciava all’alba col canto del gallo. Lui andava nei campi, trascinandosi dietro asino e attrezzi da lavoro, lei dandosi da fare nella minuscola casa di terra cruda che avevano tirato su con l’aiuto della comunità, fresca d’estate e calda d’inverno. Un unico ambiente: qualche utensile appeso alle pareti, statuetta rudimentale della Madonna in un angolo,  materasso pieno di frasche fruscianti come giaciglio sul pavimento di terra battuta, caminetto, cassapanca, madia, tavolo e sei sedie pensando ai figli che sarebbero arrivati. In poco tempo si erano aggiunti un orticello, la stalla, il pollaio  e un capace forno esterno nella piccola corte affacciata sull’albero né vivo né morto. A lei piaceva perché era stato testimone del loro primo incontro e alto com’era, magro e con quelle braccia forti e nodose le pareva il suo sposo tale e quale. Da fare c’era sempre: zucchine, patate, pomodori, lattuga e altro ancora da coltivare, vasi di odori da innaffiare, cose da rammendare, cibo da cucinare. Non si fermava mai. Ma quando lui tornava con i suoi quotidiani doni, piccoli fiori legati insieme da un filo d’erba o un pugno di noci, una manciata di bacche selvatiche o more, trovava la casa splendente come i capelli di lei, profumata di pane caldo e di buono. Allora l’abbraccio diventava una poesia di silenzio e carne, la ricompensa per tutte le ore trascorse nei campi a sudare. Erano l’uno per l’altra il sale della terra, la carezza del cuore che dava a ogni cosa un senso.

Nei giorni di riposo poi li potevi vedere insieme, uno spirlungone curvo su quel passerotto di donna che gli arrivava  a stento al petto ma dai meravigliosi capelli  fluttuanti  tra ciottoli, correndo nella bella stagione a piedi nudi come bambini fra i sentieri, raccogliendo erbe selvatiche e odorose, mentuccia, rosmarino o lauro. Si distendevano nei prati punteggiati di margherite e giocavano a scovare forme familiari nelle nuvole, Guarda un cavallo! E lì c’è un gatto, una gallina, un vitello, magari un lupo?… Parlavano poco, le parole erano fatica per loro, ma poi, a cosa servivano se si capivano sempre? Meglio il silenzio che diventava uno spazio senza fondo dove poter stare insieme. In compenso ridevano forte e facevano forte l’amore, dietro cespugli di biancospini, sotto alberi di ciliegie, meli e peschi, pensando confusamente che forse il paradiso è così, stare insieme in silenzio, sotto lo stridio delle rondini o delle cinciallegre; un giorno senza fine moltiplicato dalla luce e dal tiepido della primavera a cui guardare con meraviglia sempre neonata.

Qualche volta, durante l’estate, tornavano al fiume Alento che scorreva lontano lontano dalla contrada percorrendo tutto il colle, giù sempre più giù, sfiorando con le dita lungo i crinali spettinati dalle ginestre, narcisi selvatici e alberi in fiore. Volevano ritrovare la bellezza della prima volta, quel luogo era la loro  felicità segreta. Ma felici erano sempre, anche in autunno, una nuova primavera per colori con mille foglie che diventavano fiori diversi: di ogni sfumatura del rosso, del porpora del viola; e gli alberi poi, a prendere tonalità di oro vecchio, del bronzo, del rame e che sembravano danzare ai soffi impetuosi del vento sulle loro guance. Né erano meno cari  pe loro i rigori dell’inverno, i rami secchi in preghiera verso un cielo smaltato e freddissimo a invocare la pioggia, le manciate di bacche come labbra sanguigne a provare la consistenza succosa della  neve, le raffiche sferzanti di gelo, il canto notturno dei lupi alla luna e entrambi al sicuro, davanti al fuoco del cammino mentre il paiolo spargeva l’aroma del suo contenuto nella stanza; lui in silenzio per ore guardava il fuoco scoppiettante, lei gli si accoccolava accanto  come una bambina e ascoltava storie bellissime: i suoi respiri.

Ma poi venne un inverno diverso e con lui, il flagello. Qualcuno della contrada che si era spinto ignaro fino in città col suo carro per vendere ciò che la terra aveva sgravato in abbondanza, l’aveva detto di ritorno alla moglie, di non essere potuto entrare entro le mura, perché lì dentro si moriva. Era stato un viandante dallo sguardo allucinato, erbe odorose sulle mani sotto il naso, a dargli l’annunzio, forse un po’  troppo da vicino. Chi fosse e perché si aggirasse lì, vicino la porta più antica della città sbarrata, non è dato saperlo, ma tant’è. Via, vai via! C’è la peste, qui muoiono tutti, gli aveva urlato…E lui era scappato tornando a casa sua portando la nuvola nera del flagello con sé. Cominciò qualche giorno dopo a stare male. Non respirava bene, sentiva freddo, macchie strane comparvero sul suo corpo. La moglie chiamò i vicini per chiedere consiglio e questi portarono i più vecchi delle zone limitrofe che sapevano tutto di malattie e di rimedi antichi per curarle. Poi i vecchi che non avevano mai visto nulla del genere scuotendo la testa se ne andarono, così come i vicini, ciascuno nelle proprie famiglie, e la peste si propagò anche in campagna.

La coppia innamorata continuò la sua vita di sempre, solo con molta prudenza. Nessuno vedeva più nessuno, da quando s’era capito che la peste si propagava stando insieme, ma bisognava pur mangiare ed era necessario lavorare e nei campi qualcuno si incontrava sempre perché tutti la pensavano allo stesso modo. Se è destino è destino,  diceva lui sull’atto di uscire alla moglie che lo guardava in silenzio, negli occhi la muta preghiera di stare attento. Quella sera dei primi di febbraio davanti al camino acceso, dopo aver tolto il basto dall’asino e scaricato la soma, si sentiva mortalmente stanco; la giornata lavorativa come sempre- d’inverno- era stata più corta, è vero, eppure era stata dura potare piante e spargere il letame nei campi. Poi aveva rinforzato un po’ la provvista di fieno per le bestie nella stalla  prima che arrivasse la neve che quell’anno non si era ancora fatta vedere, ma lui aveva fiutato nell’aria. All’orto avrebbe pensato domani, con le sue semine di stagione. Si stropicciò le mani, le stese per riscaldarle davanti al fuoco vivace, ebbe un brivido lungo che gli corse lungo la schiena.

Si sentiva proprio stanco, sì, le gambe gli dolevano, un mal di testa feroce. E poi quell’arsura, il petto  dolente,  il respiro pesante…Non aprì bocca per tutto il pomeriggio e la sera. Si coricò presto, aveva un sonno che sembravano tre, ma non trovava la posizione, sbuffava, smaniava, russava, tossiva, sentiva un gran fuoco dentro. La febbre scoppiò violenta e la moglie, accanto a lui senza chiudere occhio per quello che il suo cuore già le annunciava, a vedere la sua faccia stravolta e gli occhi lucidi ebbe la certezza che la peste li aveva raggiunti. Lo vegliò per giorni e giorni, ne aveva perso il conto, senza un attimo di riposo, bagnandogli la fronte con pezze imbevute di acqua gelida, costringendolo a buttar giù qualche sorso di minestra o di intrugli fatti con alloro e rosmarino, cullandolo mentre nel delirio diceva Regina, Cecirinella mia, ti regalo un campo di fiori… La tosse gli squarciava il petto,  una mano rovente  gli stringeva polmoni e da lì si allargava bruciandogli stomaco, fegato, cuore, tutto. Vaneggiava, strabuzzava gli occhi senza vedere, urlava contro la Pantafeche che gli si era seduta sul petto, Aria, aria! ansimava, apri la finestra, soffoco! e spalancava la bocca mordendo come un cane rabbioso intorno a sé il niente. Poi all’improvviso sembrava calmarsi, gli occhi incavati, un velo di nebbia sopra, fissi su un punto indefinito, come se vedesse qualcosa, il respiro ridotto a un sibilo sottile. Lei piangeva, lo accarezzava con le manine erranti dappertutto, pregava la Madonna, i Santi e tutti i morti di non farlo soffrire così, di salvarlo o di prenderseli tutti e due insieme ché senza di lui non ci poteva stare, poi tornava a baciarlo, a stringergli quelle mani forti e nodose e a sperare. Il quarto giorno il suo amore sfebbrò, viso bianco come un biancospino. Esausta, finalmente anche lei poté addormentarsi, la testolina sul   petto smagrito del marito, i lunghi capelli a fare da coperta ad entrambi.

La svegliò, quanto aveva dormito?, il muggito disperato della mucca nella stalla, forse bisognava svuotarle le mammelle gonfie di latte… Muovendosi come un’ubriaca, al buio – il camino spento chissà da quanto, la brace diventata cenere fredda-  si coprì come poteva e uscì. Fuori fischiava un vento di bufera, era il crepuscolo, la neve turbinava, dura come grandine. A fatica, guidata dai muggiti, dai ragli dell’asino, dallo strepito delle galline che avevano fiutato il pericolo si diresse verso la stalla, dietro l’orto. Devastato. Ossantiddio, chi era stato a fare quel disastro? Non fece in tempo a darsi una risposta. L’ultima cosa che vide furono gli occhietti maligni del  cinghiale che aveva compiuto lo scempio e ora piombava su di lei.

Lui aprì gli occhi d’improvviso, aveva fatto un sogno terribile: un pozzo, il buio, l’angoscia. La chiamò e non ci fu risposta. Bianco come un cencio, spossato dalla malattia che l’aveva minato nel corpo, il cuore che martellava, si alzò a fatica. Troppo debole per reggersi in piedi, ma troppo spaventato per l’assenza della sua sposa, si trascinò a fatica fino alla porta. L’aprì. Nevicava forte, il mondo tutto un chiarore e in quel chiarore macchie di sangue, come fiori purpurei schiusi in mezzo alla neve. La scorse subito, la sua Cecerinella, vicino l’albero scheletrito. Fu il dolore a sostenerlo, a consentirgli di raggiungerla, ad abbracciare quello che di lei restava. Non pianse, quando si dice che il dolore  impietrisce… Perché le malannate passano, le difficoltà si superano, la peste ti può risparmiare e tu sopravvivere. Così è la vita, sempre, non si può che accettarla. Ma l’amore, quello, non può, non deve morire… Sentì una fitta al braccio, lo stomaco si contrasse, mentre il cuore gli andava scoppiando. Allora, ancora una volta le carezzò i lunghi capelli di luce e chiuse gli occhi mentre la neve li avvolgeva in un abbraccio di quiete. Nella sua ultima immagine impigliata alle tempie era con lei in un campo di grano dove papaveri e fiordalisi ridevano al loro passaggio. Poi, poi scivolarono insieme in un sole senza tramonti.

Nessuno ritrovò mai i due giovani, ma quell’anno, alla fine di un febbraio in cui alitava già la primavera,  nacque un arboscello ricco di grappoli biondi e piumosi sotto l’albero che improvvisamente fiorì. Erano una mimosa e un mandorlo selvatico, mai conosciuti da quelle parti. E a guardare da lontano si aveva quasi  l’impressione di vedere una figurina esile, di spalle, ammantata di luce, che si protendeva in punta di piedi verso il tronco vicino. Arrivava a stento a lambirne la chioma, ma i rami del mandorlo, come fossero innamorati, si incurvavano tutti su di lei  e con mille dita di fiori bianchi sembravano accarezzarla…

Questa storia è una storia qualunque, di quelle che popolano il mondo; ma le volpi, le quaglie e i caprioli del posto se la raccontarono a lungo per ingannare la noia di ore monotone. Fu un bambino che conosceva il linguaggio segreto degli animali e delle cose a riferirla e passando di bocca in bocca la storia fu colorata e prese un po’ il sapore della leggenda: su quel colle due giovani si erano amati, il  nome di entrambi perso negli anni, ma le loro anime rinchiuse nelle due piante. Da allora ogni anno mimosa e mandorlo muoiono e rinascono insieme annunciando la primavera. Se qualcuno si trovasse a passare lungo il sentiero che porta ai calanchi, non potrà non vederli senza esserne colpito e se poi chiederà  agli abitanti del colle saprà che sono “Gli Innamorati”. Per sempre.