I miei libri

03/03/2021 0 Di wp_6937204

 

Si riportano le quarte di copertina.

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Un romanzo storico? Un romanzo d’avventure? Una biografia inventata? Un “giallo” ambientato nel Mediterraneo del VI secolo a.C.? Diospolis è tutto questo insieme. La sfida dell’autore è proprio innestare diversi generi letterari nel contesto generale di “infanzia e formazione di colui che sarebbe diventato Pitagora” – un contesto d’invenzione ma documentatissimo e solidamente basato su dati storici. Ma l’aspetto più interessante di questo romanzo è forse la maniera quotidiana, e nello stesso tempo non banalizzante, con cui la fabula viene narrata. Come chi scriva di storie a lui contemporanee, Giancarlo Giuliani, col suo stile essenziale ed elegante, rappresenta quest’epoca lontana quasi dall’interno, senza scarto stilistico alcuno nella narrazione di eventi multiformi e a volte imprevedibili: perviene così a un Bildungsroman che serba per il lettore la leggerezza e la piacevolezza di un “alto” romanzo picaresco.

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“Il corpo di Nysos giaceva lì”. Così, con la vista del cadavere straziato del suo discepolo più promettente, si aprono le prime crepe nelle sicurezze e nel tranquillo mondo di Alessandro, Esegeta per eccellenza delle opere di Aristotele e professore di filosofia peripatetica prima nella cittadina periferica di Afrodisia e più tardi ad Atene. Ma si apre, contemporaneamente, anche l’indagine del filosofo, deciso a svelare l’identità dell’assassino e a mettere al sicuro dei misteriosi papiri che, a loro volta, sembrano all’origine della catena di delitti susseguitisi in città. Sullo sfondo, la riflessione sui temi della condizione e dell’agire umani, la domanda se siamo liberi o determinati e, soprattutto, che cosa significhi essere liberi. Alessandro riuscirà a risolvere il caso e, nello stesso tempo, a darsi una risposta che riparte peraltro dai personaggi all’apparenza più deboli della vicenda e che, invece, finiranno per rivelarsi i più forti, i più affascinanti e carismatici, in un rovesciamento non casuale. Al susseguirsi incalzante degli eventi corrispondono dunque uno scavo psicologico e un’analisi filosofica non meno appassionanti.

ESAURITO

la vicenda individuale dell’Autore diventa emblematica delle scelte dell’essere umano in generale, con riferimenti mitologici, filosofici e spirituali che si intersecano con la materia stessa della riflessione e della memoria del poeta. In questo senso il percorso è in senso contrario rispetto a quello della sperimentazione poetica, ad esempio del “Laborintus” di Sanguineti, in cui il tentativom è di superare la “palus putredinis” del linguaggio materiato di cultura per uscirne definitivamente, recuperando così la possibilità di esprimersi senza troppi vincoli socio-culturali. Al contrario, qui il plurilinguismo, la tensione espressiva, i numerosi riferimenti culturali sono la sostanza stessa della libertà espressiva, che deve confrontarsi con una dimensione socio-culturale insormontabile e anzi necessaria per recuperare gli spazi più autentici di comunicazione.

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Dagli orizzonti filosofici alchemici in cui si muovevano le sue sillogi precedenti, l’Autore giunge in questa raccolta a un nuovo respiro poetico, che dall’ampiezza sinfonica del poemetto iniziale, attraverso una discesa ad inferos perviene a un canto corale finale, in cui viene celebrata una nuova consapevolezza. È la coscienza che il viaggio non ha mai fine, che le scelte di percorso hanno senso per se stesse, non perchè si possa sperare in una meta pacificatoria. L’inquietudine non ha meta, e il viaggio è il senso.

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“Nel mio regno non vi sono filosofi”, non è solo un viaggio nella propria interiorità: l’autore ricerca, piuttosto, il senso del bisogno perenne dell’interrogare e dell’interrogarsi, sempre ineludibile anche quando lo si ritiene vano e lo si vorrebbe così estirpare. Ecco dunque, in una condanna platonica alla rovescia, i filosofi messi al bando e la ricerca della metafora, delle parole, forse anche di una voce che dica il macrocosmo nel microcosmo, il tutto nella parte, l’illimitato nel limite, alzarsi fiera e prendere corpo. La poesia di Giuliani non indica una via, non si prefigge di farlo né potrebbe, del resto, senza tradire se stessa, ma si presta piuttosto a essere la parola che ogni lettrice e ogni lettore possono fare propria, nel momento in cui, in quanto esseri umani, si è capaci di vivere dolore, emozione, dignità, compostezza, in prima persona, senza maschere.

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“Una delle prime caratteristiche di “Poema minimo” a colpire il lettore è, inevitabilmente, il titolo. Minimo come volutamente sotto le righe, ridimensionato o relativo, si potrebbe sospettare. Minimo come frammentario, asistematico, alieno o addirittura ostile a ogni “grande narrazione” o mitopoiesi, si potrebbe supporre. Nulla di più sbagliato. Come e più che negli altri suoi testi, qui il poeta lascia che l’esperienza e il vissuto si trasformino in carne e sangue, o, che è uguale, in versi e parole che non si limitano a dire l’Essere. Piuttosto, l’incarnano. E l’unico modo per evitare che le forme concettuali e linguistiche lo cristallizzino, lo violino e lo tradiscano è mettere su carta accadimenti, biografici ed emotivi, sensazioni, fantasmi, precognizioni, chimere. Dare consistenza ontologica a presentimenti, disillusioni, ma anche a speranze, a convinzioni che non si piegano, a una resilienza che rinasce ostinata come i fiori ai bordi delle strade di campagna. Fragili e semplici all’apparenza, in realtà vitali e forti come l’acciaio”.

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“Eppure occorre che il cuore si apra/e si offra in sacrificio perché nasca/un gesto che spezzi l’incantesimo/ e ci restituisca alla vita vera,/ all’affettuoso incontro di mani,/al respiro che non si distingue/dal vento, al lampo d’amore”. In queste poesie l’aria è tersa, pulitissima, sede di immagini primeve, anzi delle immagini della magica infanzia vissuta da ciascuno di noi. Alla formalizzazione quasi tattile del rapporto con elementi e oggetti fa eco una motilità sonora della frase. Al lettore abituato alla visibilità della poesia, alla presa fantasmatica, non sfuggirà che la qualità saliente di questi versi è la mobilità, il mutamento. Sullo sfondo del “Libro perduto”, forse più dei greci si staglia il Grande Negatore, Nietzsche – sia pure un Nietzsche riletto, anzi riascoltato, attraverso la trascrizione sinfonica operata nel 1869 da Richard Strauss dello “Zarathustra”, quindi uno della linea neuedeutsche, un wagneriano, gli ultimi struggenti spasimi del Vecchio Ordine europeo, poco prima di essere distrutti dalla Grande Guerra e negati, rinnegati per sempre…

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La vita di una tranquilla città di provincia è sconvolta da una serie di omicidi, opera di un insospettabile serial killer. Dalla fabula, presentata all’inizio dal punto di vista del killer, si scivola presto verso un’analisi delle radici di scelte così estreme. Il libro è la rappresentazione delle parti non conciliate di ciascuno di noi, delle cause dei nostri disagi, nel momento in cui esse emergono con forza e spingono a comportamenti solo apparentemente aberranti.

Nato come teodicea e giustificazione della divinità dall’apparente ritardo nel comminare la giusta pena ai malvagi, il “De sera numinis vindicta” di Plutarco si colloca nel più ampio contesto del dibattito tardoantico sul tema del provvidenzialismo. A tale dibattito, l’opera contribuisce dando voce a una posizione che può considerarsi a buon diritto originale per il modo in cui rielabora le principali dottrine del tempo, dal casualismo epicureo che fa la sua apparizione fin dall’incipit al neoplatonismo dalle forti tinte stoiche che percorre carsicamente tutto il testo. Muovendosi sul doppio livello dell’etica della responsabilità individuale e del cosmo ordinato di cui ognuno rappresenta una pedina o un tassello, Plutarco descrive un vero e proprio itinerario iniziatico che il lettore attento potrà immaginare di percorrere a sua volta, elevandosi dal punto di vista individuale a quello a parte Dei, di una divinità onnisciente. È, questa consapevolezza, una vera e propria cura dell’anima, della quale peraltro Plutarco ammette l’immortalità, destinata a trasformare la filosofia e la giustizia, intesa nel suo senso più profondo, nella quintessenza del divino. E dell’umano che al divino aspira.

Se le azioni umane siano guidate dalla sorte (Tyche) o piuttosto dalla capacità di scegliere (euboulia) è la questione al centro di questo trattato di Plutarco, dalla datazione incerta. Allo stesso modo, l’Autore si chiede se godere di una buona sorte e di un destino propizio immeritatamente conduca a un buon esito nella propria vita o non, piuttosto, a sciagure e se, del resto, sia davvero così positivo che la fortuna ci arrida con i suoi doni senza esserceli però guadagnati in alcun modo. Al centro del dibattito di tutte le principali correnti filosofiche in età tardoantica, la questione viene affrontata nel trattato attraverso il confronto costante con una pluralità di influenze tra le quali Plutarco tenta di trovare un equilibrio. L’Autore non manca di affrontare i grandi temi del Destino, della Provvidenza, del ruolo del pensiero umano nella deliberazione né rinuncia a definirli. Tuttavia, l’intento che più gli sta a cuore resta di natura pedagogica: l’invito ai suoi lettori a non lasciarsi cullare dall’andamento altalenante della buona e della cattiva sorte ma, al contrario, ad abituarsi a una prassi riflessiva metodica, fino a farla diventare una seconda natura, diventando pre-videnti e prov-videnti.

 

Arthur Schnitzler, «Il velo di Pierrette» Testo praticamente sconosciuto in Italia, Il velo di Pierrette è una ‘pantomima in tre quadri’ scritta da Arthur Schnitzler nel 1910 per la messa in musica del compositore Ernst von Dohnányi. Sullo sfondo della Vienna ottocentesca si consuma una tragedia sentimentale, con un effetto straniante e spettrale legato alla presenza di personaggi-maschere: Pierrot, Pierrette, Arlecchino. L’opera ebbe grande successo all’epoca, ed esercitò un’influenza importante sul teatro russo coevo: ne subirono il fascino registi come Mejerchol’d e Ejzenštejn che riproposero la pantomima anche come testo autonomo.
Testo originale tedesco a fronte.
Introduzione di Sandro Naglia, traduzione di Giancarlo Giuliani.

 

Alano di Lilla, «Il lamento della natura. De planctu naturæ»

Questa edizione e traduzione italiana del De planctu naturæ, la prima contemporanea, ha il duplice pregio di colmare una lacuna negli studi di settore e di ricostruire la genesi della posizione ufficiale della Chiesa sul tema dell’omosessualità. Inquadrata nel contesto del pensiero di Alano di Lilla, ‘doctor universalis’, l’opera, di carattere allegorico, si apre con il lamento della Natura che si dice oltraggiata dagli atti illeciti compiuti contro di lei. L’omosessualità assurge cosí a errore a diversi livelli, non solo sessuale ma anche linguistico-grammaticale, etico, cosmico: crea disordine, scompaginando il progetto concepito da Dio stesso. La scelta della resa in traduzione in versi liberi, insieme all’estrema cura semantica, permette di apprezzare in modo particolare il monologo della Natura che si alterna al racconto in prosa secondo il topos letterario tipico del genere.
(Traduzione e presentazione di Giancarlo Giuliani)

Filosofo, teologo, poeta, Alano di Lilla (Alanus ab Insulis, 1125 ca.-1202), definito da un ardente discepolo «Virgilio maior et Homero certior», è autore, oltre che del De Planctu Naturæ e dell’Anticlaudianus, di inni, tra i quali – in nove strofe – quello da cui derivano i versi di questo Quasi Liber. Il testo propone una variazione sul tema dell’effimera giovinezza e bellezza della rosa, in parallelo con la condizione dell’uomo, miserevole a causa della sua mortalità.
Edizione a tiratura limitata di 35 esemplari numerati, con un foglio originale di erbario. Testo latino/italiano.

(Introduzione e traduzione di Giancarlo Giuliani)