un racconto di Antonio Fagnani

un racconto di Antonio Fagnani

04/03/2021 2 Di wp_6937204

 

Il pomodoro di Mirko

 

Suona il telefono. Vedo l’orologio e mi accorgo che sono le sette del mattino, un’ora insolita per una telefonata! Mi alzo all’improvviso con preoccupazione ed angoscia sapendo che mia sorella Marcella è gravemente ammalata, per via di una rara e brutta malattia da poco diagnosticata che difficilmente potrà superare.

Rispondo alzando la cornetta con mano tremolante e sento una voce che mi dice:

“Ciao Loris sono Franca, ti disturbo?”

“Mi sono appena alzato… non mi aspettavo che squillasse il telefono a quest’ora… cos’è successo?” rispondo con tono seccato ma più sollevato, perché la telefonata per fortuna non è quella che temevo. 

“Oh… mi dispiace, non mi ero resa conto che fosse così presto… scusami!”

“Non preoccuparti… ero in ansia per mia sorella ed ho pensato al peggio sentendo il telefono

a quest’ora… dimmi Franca, di che hai bisogno?”

“Certo avrei potuto chiamarti più tardi, ma io non riesco a dormire con gli acciacchi che ho e, appena si fa giorno, penso che sia un orario normale per tutti e non mi rendo conto che a volte disturbo… Ti volevo invitare alla cena che organizziamo ogni anno alla fine delle attività, insieme a tutti i ragazzi e ai loro genitori, così abbiamo anche l’occasione per farci gli auguri di Natale … e poi tu adesso sei parte di noi, non puoi mancare, sei l’ortolano dell’associazione” conclude con una gran risata.

Franca è condannata sulla sedia a rotelle sin da bambina per gravi malformazioni fisiche, ma ha reagito con grande coraggio alla sua disabilità, restando sempre attiva nel pensare e poi realizzare concretamente le sue idee, con l’intento di migliorare la qualità della vita di chi è nelle sue stesse condizioni. Per questo motivo ha costituito un’associazione che, ancora oggi, con lusinghieri risultati, svolge attività ludiche che consentono di sviluppare la creatività e gli interessi di coloro che vi partecipano. Ne è diventata presidente sin dal primo momento della sua costituzione, e oggi è un punto di riferimento per tutta la città, oggetto di apprezzamenti lusinghieri dalle istituzioni e dai cittadini.

Le attività che si svolgono in associazione sono molteplici: rappresentazioni teatrali, creazioni artistiche, realizzazione di oggetti artigianali, informatica, cucina, musica ed altro; tutte svolte da volontari qualificati che si mettono al servizio di persone più bisognose e sfortunate.

Ciò dà la possibilità ai genitori di respirare, di sentirsi più liberi per qualche ora, meno oppressi dalle situazioni in cui sono costretti a vivere; e ai ragazzi la possibilità di apprendere cose nuove, di esprimere le proprie emozioni, le proprie passioni, accrescendo la loro autostima.

“Loris sei ancora lì… mi senti?” grida Franca

“Sì… sì sono ancora qui… pensavo… scusami” rispondo un po’ impacciato.

“Devi venire, i ragazzi si sono affezionati a te e farà loro piacere averti alla cena e farti gli auguri”

“Farò di tutto per esserci… quando ci sarà la cena?”

“Mercoledì alle 20, al ristorante Nonna Noemi, ti aspettiamo, ciao”.

Io sono entrato a far parte di questa associazione su proposta di mia moglie Gloria, una componente dello staff “cucina”, pur non avendone alcuna intenzione.

Ho cambiato idea però quando ho saputo che il mio compito sarebbe stato quello di curare un orto!  “La mia passione… non posso non accettare” ho subito pensato.

Avrei avuto la possibilità di trasmettere ai ragazzi le nozioni (anche i segreti) di come curare un orto, di far capire e vedere come nascono e crescono gli ortaggi che poi mangiamo, allargando in modo pratico la loro conoscenza sin dov’è possibile.

Tra i ragazzi che partecipano con piacere a questo tipo di attività c’era Mirko che, a vederlo, non presentava alcun tipo di problema; era di bell’aspetto, sorridente e pacato ma spesso si isolava, si incupiva e, senza saperne il perché, diventava violento, distruggendo tutto ciò che era intorno a lui. Poi piangeva, si pentiva, si scusava e tornava sorridente e composto come nulla fosse accaduto, facendo rimanere increduli quelli che lo conoscevano e che gli erano vicino. Tutti sapevamo però che era affetto da una grave malattia e che avrebbe potuto lasciarci in qualsiasi momento.

Mirko mostrava molto interesse per l’orto, aveva una gran voglia di sapere, e nel laboratorio, dove si svolgeva l’attività teorica, mi chiedeva di tutto: come i semi diventavano piantine, perché crescevano, perché si dovevano annaffiare, cosa era il concime e poi si soffermava a guardare le figure degli ortaggi per ore intere, senza dire una parola.

Un giorno gli ho chiesto:”Mirko, domani sarà una bella giornata, piena di sole, vogliamo andare a lavorare nell’orto?”

Mi ha subito sorriso, dicendomi di sì chinando avanti e indietro la testa, continuamente, almeno una decina di volte. Poi mi ha abbracciato felice.

Quel giorno abbiamo seminato i pomodori!

Mirko ha preso pazientemente un seme con una pinzetta di legno, ha fatto un buchetto nel terriccio, lo ha adagiato lentamente, lo ha ricoperto con altro terriccio, lo ha innaffiato con lo spruzzino d’acqua e mi ha sorriso dicendomi “Adesso dobbiamo solo aspettare“

La piantina è spuntata dal terriccio dopo qualche settimana… proprio il giorno in cui Mirko è morto.

Quel tipo di pomodoro oggi, per noi dell’associazione, è “il pomodoro di Mirko”.

Una qualità gustosa e pregevole!