un racconto di Fiorella Borin

un racconto di Fiorella Borin

10/03/2021 15 Di wp_6937204

 

OCCHI AZZURRI

    Spuntava tra i sacchetti della spazzatura, bianco. Bianco fra tanto scialo di plastica lucida, gonfia e nera, lui così inspiegabilmente fuori luogo, così senza difese, tenero, bianco. Un piede. Piccolo da stringere il cuore. Un piede di neonato.

A Piera mancò davvero, il cuore. Le si fermò nell’attimo in cui le uscì di bocca il grido che il freddo tradusse in un fumo opaco subito inghiottito dalla bocca vorace del cassonetto. Poi ricominciò a battere; correva e saltava, il vecchio cuore della donna, non voleva saperne di tornare a fare il bravo.

Lei allungò il braccio. Scostò un sacchetto. Al piede seguiva una gamba.

“Calma, devo stare calma”. Ancora quel velo di fumo davanti alla bocca, quel bruciare d’angoscia sugli occhi. Si sentì svenire ma trovò la forza di sollevare un altro sacchetto.

Indossava una vestina bianca. Nient’altro. Gli occhi socchiusi raccontavano l’azzurro dei cieli di aprile. La bocca a cuore d’un rosa troppo tenue per appartenere alla vita. Nuda la testa senza capelli, nude le gambe e le braccia, e tutto quell’azzurro negli occhi.

Lo prese tra le braccia. Lo sentì rigido e freddo, e si morse le labbra, lei così irrimediabilmente in ritardo a quell’appuntamento che valeva una vita. Coprì di baci il faccino dai lineamenti perfetti, le mani esangui, i piedini d’una rigidità straziante, illudendosi che bastasse la misericordia d’un amore tardivo a operare un miracolo. Si slacciò i primi bottoni del cappotto, e il golfino, e in quel marsupio di carne e di lana accolse il neonato, rabbrividendo e ansimando “Signore, per una volta ascolta anche me!” e subito si pentì di quella che più che una preghiera sembrava una mancanza di rispetto.

Si guardò intorno. Nessuno. Troppo freddo e troppo presto, in quella domenica mattina. Giusto una pazza come lei poteva pensarsi d’uscire alle sette: troppo presto per tutti. Ma troppo tardi per un innocente.

Non si arrischiò a correre, non si fidava delle sue scarpe e ancor meno delle sue ginocchia. Aveva già sessant’anni, la Piera, e le mani incrociate sul petto a tenervi stretto il suo tesoro.

Arrivò finalmente a casa. Si sfilò il cappotto e depose sul letto il piccino. Sostò sull’azzurro di quegli occhi inutilmente belli e scosse il capo, “Signore, Signore, che cosa ti costava rimettergli in moto il cuore?” disse, e cadde in ginocchio davanti al corpicino che la grandezza del letto rendeva ancora più minuscolo. Sollevò con cautela la camiciola, osservò il ventre: era una femmina.

“Lo sapevo”, mormorò, e poi: “Una femmina!” gridò, e si prese la testa fra le mani. Mentre le lacrime le rigavano il viso, avvertì il peso del dolore che da trent’anni si portava dentro, come un parassita, un cancro, un’infezione maligna. Il dolore di quando era morta sua figlia.

Versò in una bacinella tanta acqua tiepida, e qualche goccia del sapone vinto alla tombola della parrocchia – troppo dolce e profumato per le sue carni vizze, un lusso deprecabile quanto uno spreco – e vi adagiò con cautela la piccina; la massaggiò, la coprì di schiuma e di carezze, e intanto le raccontava una favola, e la chiamava micetta, topolina, cerbiatta, illudendosi che dalle labbra potesse uscire un vagito.

Doveva piacerle, quell’acqua dolce di gelsomini. Sembrava che sorridesse. Gli occhi, ancora più azzurri.

L’avvolse nell’asciugamano più soffice: l’unico nuovo, acquistato in previsione di un ricovero ospedaliero. D’un verde brillante, un prato d’erba tenerissima per uno sguardo di fiordaliso.

“Ti avrei tenuta, sai? Io mica ti buttavo via. Saremmo state bene insieme, tu e io, tu e la vecchia Piera” le diceva, cullandola, e tendeva l’orecchio, avrebbe dato la casa e i gioielli e la pensione e la vita per udire il vagito che Dio si ostinava a negarle.

Cercò nell’armadio la scatola di cartone in cui aveva riposto il corredino della figlia perduta; la trovò subito, e sciolse il nodo che almeno mille volte aveva giurato di non toccare più, e che altrettante volte aveva strappato con le unghie –  lo spago sfilacciato testimoniava i tormenti, la frenesia e lo strazio di quegli incontri avvenuti al solo scopo di aggiungere pena alla pena – e scelse un completino candido, di lana così sottile da parere un batuffolo di nuvola. La sua Elisa non aveva avuto il tempo di metterlo, la sua Elisa…

Lo fece indossare alla morticina. Le stava bene, pareva confezionato su misura. Piera congiunse le mani, “Almeno una cosa buona l’ho fatta” sospirò, e subito corse a prendere la foto che riempiva la pesante cornice argentata: il placido sbadiglio di una lattante, sfocata testimonianza di una vita così breve da lasciare traccia su un’unica lastra fotografica, una sola, una sola…

Confrontò il taglio degli occhi che la sgranatura della stampa rendeva quasi indecifrabile con l’azzurro che trapelava dalla ciglia della morticina, esaminò le bocche, le narici, gli ovali, le fronti lisce e il tenero disegno delle orecchie, e maledisse il fotografo che non aveva reso giustizia alla bellezza della sua bambina.

Poi indossò il vestito buono, quello che si metteva a Natale sotto il cappotto e alla Messa di Pasqua accompagnato dalla giacchettina blu; si coprì la testa con il velo di pizzo che le aveva lasciato in eredità la madre e recitò un rosario d’avemariagratiaplena; quindi versò dell’acqua in una ciotola, aggiunse un pizzico di sale e sparse qualche goccia sul visetto immobile della morticina, “Ti presenti a Dio con una veste candida, e col nome che io ora ti do: Elisa. Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio…” terminò in un singhiozzo, ma riuscì a completare la formula udita così tante volte in Chiesa da non riuscire a trattenere la voglia di gridare e il bisogno di dare di stomaco: quante volte se n’era scappata via, inciampando tra le sedie e gli inginocchiatoi, senza neanche fare l’inchino dinanzi al Santissimo, senza un segno di croce, senza…

Senza sua figlia.

(Era accaduto tutto così all’improvviso, una notte d’inverno di trent’anni prima. Piera si era alzata per metterla al seno, ma Elisa non voleva saperne di poppare. Scottava, piangeva come non aveva mai fatto. Sembrava il cupo lamento di un gatto: un verso che spaventò terribilmente la madre.

Era sola. Il marito se n’era andato prima che Elisa nascesse. Aveva un’altra, in città: una coi capelli biondi e le unghie laccate, niente a che vedere con le calze molli della Piera. Era sola e la bambina bruciava di febbre; bisognava chiamare il dottore, e non c’era telefono; bisognava mettere al caldo la piccina e tirarsi dietro le spalle il portone e saltare sulla bici e pedalare pedalare pedalare sino alla villetta del medico…

Aggiunse legna al caminetto. Accostò la culla a quel fuoco così buono e ristoratore, le baciò la fronte e corse incontro al gelo di febbraio.

Buttò giù dal letto il dottore, lo supplicò di aiutarla, lui si vestì masticando mugugni ma acconsentì a seguirla, anzi la precedette, lui al volante di una sferragliante seicento, lei in groppa alla bici…

Gli aveva dato le chiavi di casa. Così fu lui il primo a entrare.

Lui il primo a respirare l’orrore. Il fumo, e il lezzo terribile di carne bruciata. Una scintilla era andata a posarsi sul volant della culla, e la fiamma era divampata sino al soffitto.

Bastarono pochi secchi d’acqua a domare il fuoco che già si consumava da solo, dopo aver divorato ciò che di più prezioso custodiva la casa. Elisa.

Il medico non riuscì mai a dimenticare il grido che uscì dalla gola di Piera. Mai, in trent’anni.

Al paese dissero che in quel grido le era scappato via il senno. Se ne dicono tante, in paese, a ragione o a torto. Certo è che dopo quella maledetta storia Piera non fu più la stessa. Si trattava degli occhi.

Alla Piera erano cambiati gli occhi.)

La grande cornice argentata con la foto di Elisa era tornata al suo posto, sul comodino.

Piera si stava infilando il cappotto, e pareva dieci anni più vecchia e mille anni più stanca. “È ora di andare, piccola”, disse sollevando la creaturina vestita di bianco; l’avvolse in uno scialle di lana e si tirò dietro la porta. La stazione dei Carabinieri non era lontana. Pochi passi e poca gente; nessuno parve far caso a lei e al fagottino che si teneva premuto sul petto.

“L’ho trovata stamattina presto” disse, sulla soglia di quella stanza così severa e grigia da mettere paura. C’erano due uomini in divisa, ciascuno dietro una scrivania, a destra l’anziano Torelli, a sinistra l’occhialuto Camozzo.

Si alzò Torelli, si conoscevano da quando erano ragazzi; certe volte, alle feste in piazza, lui l’aveva persino invitata a ballare.

“Fammi vedere, Piera.” Le disse solo questo. Ma dolcemente. 

“È una femmina. Era già morta, ma io l’ho lavata, rivestita, e le ho pure impartito il battesimo. Le suore mi hanno detto che in casi gravi si può fare, e vale lo stesso.” Le parole le uscivano bene, senza esitazioni, così perfette e in fila da parere i grani del rosario recitato poco prima, nella sua veglia d’amore.

“L’hai chiamata Elisa?” domandò Torelli, passandosi una mano sui baffi.

“Sì, brigadiere” rispose Piera. Era brigadiere, Torelli, non era più il ragazzo che staccava rami di ciliegie, per lei.

“Hai fatto bene.” Ancora con quella dolcezza.

“È il nome di mia figlia.”

“Lo so, Piera, lo so. Ma adesso lasciala a noi. Torna a casa.”

Lei, lentamente, con una solennità dolorosa, si staccò dal petto il fagottino e lo depose tra le braccia di Torelli.

“La seppellirete in terra consacrata, vero?” Adesso mille rughe le increspavano la fronte e la rendevano una maschera di sofferenza. “L’ho battezzata io, adesso ha un nome e un posto in Paradiso, vero brigadiere?”

Lui era un po’ a disagio, ma provò ugualmente a sorridere. “Torna a casa, Piera, lascia che siamo noi a occuparci di tutto. Torna a casa, capito?”

“A casa”, ripeté lei, pallidissima.

“E se non ti senti bene, dimmelo. Ti accompagno, se vuoi”, aggiunse così sottovoce che lei queste parole, più che intenderle, gliele lesse sulle labbra.

La donna chinò la testa, tirò indietro una gamba, poi l’altra, e: “Non sono stata io! Non l’ho ammazzata io! Perché mi guardate così?” gridava, si prendeva a pugni le tempie, aveva il mento imbrattato di saliva.

“Non l’abbiamo neanche pensato, vero Camozzo?” replicò il brigadiere, voltando il capo verso il collega, che annuì con un mezzo grugnito.

Così come se n’era venuto, lo scatto di rabbia svaporò in un “Posso andare?”

“Va’ a casa, Piera. Penserò a tutto io.”

Rincuorata, girò la schiena, varcò la soglia, sparì nel corridoio.

Il brigadiere depose su una sedia il fagottino avvolto nello scialle bianco e tornò dietro la scrivania. Si accese un sigaretta e provò a fare un anello di fumo: ne uscì un ovale sbilenco, che andò a morire addosso alla lampada.

“Ci risiamo, eh?” brontolò Camozzo.

“Già.” Neanche più fumare gli dava piacere.

“È la terza volta? O la quarta?” riprese Camozzo.

“La quarta. Ma anche se fosse la quinta o la settima, che importa? Ce ne sarà un’altra…’”

“E sempre la stessa storia. Mai una virgola di diverso.”

“Mai” convenne il brigadiere Torelli, spolverandosi la manica.

“Hanno sbagliato a chiuderli, i manicomi.”

“Non esagerare, Camozzo.”

“Perché, tu non ce la vedresti bene, la Piera, in un manicomio?”

Torelli ripensò a quelle ciliegie che sapevano di sole, ai balli in piazza, e al verbale steso in una notte di trent’anni prima. “No” disse.

“Io sì” replicò seccamente Camozzo, e aggiunse: “Bisognerà parlarne al Sindaco e chiedergli di firmare un’ordinanza: “Si invitano i cittadini di ogni età a incartare i giocattoli vecchi, prima di buttarli nel cassonetto, altrimenti la Piera...” Eh, che ne dici?”

“E piantala!”

Camozzo malmenò qualche scartoffia, quindi decise di pulirsi gli occhiali. Incrociò lo sguardo del suo superiore e domandò a denti stretti: “Questa volta com’è la bambola?”

“Ha gli occhi azzurri”, rispose Torelli.