un racconto di Lelia Ranalletta

un racconto di Lelia Ranalletta

18/03/2021 0 Di wp_6937204

 

DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

 

Cominciò con qualche rado fiocco che riluceva sotto il sole smagliante: quasi una beffa. “Beh, e questi da dove arrivano!” esclamò Bartolo, il barbiere, scrutando il cielo dalla finestra della bottega. Parevano le prove generali della nevicata da un pezzo assente in quel paesino di montagna che viveva di turismo estivo e invernale e che, in quelle festività natalizie, stava attraversando un periodo di magra come non s’era mai visto. Niente neve, niente sciatori. Niente guadagni, dunque.

I negozi del paese languivano, ridotti a servire le circa 400 anime che costituivano i membri effettivi della comunità. Perciò tutti, dentro le case e fuori, si misero naso all’aria in trepidante attesa. Invece l’avara caduta cessò subito e, per il resto della giornata, l’azzurro dominò sovrano. Verso il crepuscolo l’aria si fece opaca, quasi lattiginosa e il sibilo sottile di un vento nordico attraversò la piazza, intrufolandosi nei vicoli angusti e bui, inerpicandosi lungo gli stretti e tortuosi ordini di scalini che conducevano alla sommità del paese fino alla piazzetta alta. Quest’ultima era una replica in miniatura della piazza principale, con in più un Belvedere dal quale si poteva ammirare la lussureggiante vallata sottostante. Era la zona storica; conteneva quasi tutte le casette acquistate e ristrutturate da turisti innamorati del luogo.

Al momento, quindi, era praticamente deserta.

La notte avanzava e, deluse dall’inutile attesa, le mani impazienti smisero di scostare le tendine delle finestre, le imposte vennero serrate e tutti, al riparo nelle case riscaldate, si predisposero al meritato riposo. Solo allora, quando tutto fu buio e silenzioso, il sibilo del vento cessò di colpo e la caduta tanto attesa ebbe inizio.

Al mattino, antivigilia di Capodanno, il paese si risvegliò coperto da una spessa coltre bianca su cui ampi e copiosi fiocchi continuavano implacabili ad ammassarsi. Solo le poche pie donne che abitavano nei pressi della chiesa si azzardarono ad uscire, mentre le campane annunciavano l’inizio della messa domenicale. Le altre, confidando nel perdono divino, rimasero in casa a preparare dolci, rustici, pietanze e intingoli vari per il gran cenone di fine anno. Si sarebbe svolto la sera seguente nella grande palestra della scuola media, retaggio dei tempi in cui il paese pullulava di vita tutto l’anno, prima che avesse inizio l’esodo dei giovani verso le città del Nord e che ora veniva utilizzata per le attività sociali della comunità. La messa era già iniziata quando la moglie del farmacista, elegante e altezzosa come sempre, sbucò dall’erta stradina che da casa sua scendeva verso la piazza, affrettandosi sugli stivali a tacco alto con passi corti e rapidi. Una via di mezzo tra lo zampettare di una gallina e l’incedere di una geisha “Cinque a uno che cade” pensò maligno Rocco il pizzicagnolo che, indossato il giaccone, si stava godendo un sigaro sotto il portico di casa, guardando il cielo. Non finì il pensiero che la donna, proprio alla fine della discesa, scivolò e finì gambe all’aria, atterrandogli giusto davanti. Dissimulando la sua soddisfazione Rocco la raccattò, l’aiutò a scrollarsi di dosso la neve e, con falsa premura, l’accompagnò fin sul sagrato, godendosi stilla a stilla l’imbarazzo della sdegnosa dama. Poi, già che c’era, fece un salto a casa di Vito il fornaio per prendere accordi riguardo il cenone della sera seguente. Il portone però, nonostante il furioso scampanellare, restò chiuso. Dalla gattaiola, invece, sbucò fuori Samantha che, il nero pelo irto dal freddo, la coda floscia e gli occhi verdi spalancati, arrancò nella neve approdando con un patetico e insistito miagolio sugli stivali di Rocco.

Questi, un occhio alle finestre serrate del primo piano, l’orecchio inutilmente teso a percepire qualche rumore all’interno, esclamò “Ci risiamo! se n’è andato di nuovo in città a farsi il fine settimana dalla vedova e tu hai una fame nera, eh Sam?” prese in braccio la semi-congelata nonché famelica gatta e se la portò a casa, per accudirla in attesa del ritorno dell’inadempiente padrone “Stavolta mi sente” pensò, infuriato. Si preparò ad accogliere l’infame come meritava ma, all’imbrunire, Vito non era ancora in vista. Non si vide neanche a notte fonda e Rocco cominciò a preoccuparsi: c’era bisogno di pane per le case e per la festa. Se Vito non fosse riuscito a tornare a causa della neve alta sarebbe stato un bel guaio! Ma era inutile allertare tutto il paese a quell’ora di notte, con la temperatura scesa a livelli polari e la neve che continuava a cadere senza sosta: al mattino avrebbe visto il da farsi. Se ne andò a dormire, un sonno irrequieto e popolato da visioni di fame e carestia, finché un raggio di sole sul viso non lo strappò ai suoi incubi. Dalla finestra vide una decina di compaesani intenti, sotto un cielo finalmente sereno, a liberare con pale e picconi la strada e le porte di abitazioni e negozi mentre, al centro della piazza, una montagna di neve e ghiaccio lievitava velocemente. La casa di Vito restava ostinatamente chiusa. Si vestì in fretta, diede una voce a sua moglie e, convocando lungo il tragitto gli indaffarati spalatori, corse in palestra, dov’erano in atto i preparativi per il cenone della sera. Il problema <niente Vito, niente pane> fu discusso a lungo; mille proposte vennero esaminate e subito scartate. Pareva non esserci soluzione: scendere in città per fare provviste non si poteva, con quella massa di neve. Nemmeno coi fuoristrada. “Il mio trattore cingolato!” urlò a un tratto Beppe, provocando un silenzio immediato a cui fece seguito un fragoroso vociare. Il trattore parve subito a tutti l’unica soluzione possibile; fu deciso di attaccarci, a mo’ di slitta, un enorme baule scoperchiato che Beppe conservava in cantina, inchiodandolo sopra due o tre sci di legno robusto per farlo scorrere sulla neve. Nelle due ore seguenti si lavorò freneticamente finché il marchingegno, dall’aspetto alquanto bizzarro, non fu pronto per il blitz in città. Fu fatto un rapido calcolo del tempo occorrente, imprevisti inclusi e si stimò che per il crepuscolo la spedizione avrebbe potuto fare ritorno. Senza perdere altro tempo, Beppe si mise alla guida. Rocco, affidate alla moglie le cure del negozio e di Samantha, si calò dentro lo scomodissimo baule-slitta e l’avventuroso viaggio per procurare il pane e recuperare Vito ebbe inizio, salutato dal paese intero.

Le ore passarono veloci, le ombre del crepuscolo sfumarono nel grigio uniforme del tardo pomeriggio, ma del trattore nessuna traccia. I paesani, inquieti, contavano i minuti; poi presero a sgranare i secondi, sempre più in ansia. Erano ormai le otto di sera quando un rombo in avvicinamento segnalò che i due eroi erano finalmente di ritorno: un po’ stanchi ma illesi e, soprattutto, con una montagna di pagnotte al seguito. “E Vito?” Bartolo fu il primo a notarne l’assenza. “In città non s’è visto da giorni” fece cupamente Rocco. Scese dal baule e, seguito dagli altri, si diresse verso il vicolo stretto, sommerso dalla neve, che dava sul retro della casa del fornaio. Lì si trovavano la porta del garage e i lucernari del laboratorio seminterrato di Vito, a cui si accedeva dall’interno dell’abitazione. “Magari è lì sotto … forse s’è sentito male … o peggio ancora!” dominando la preoccupazione si avvicinarono ai polverosi lucernari. La visione era nebulosa, la sagoma di Vito non si scorgeva.

Presero a chiamarlo a gran voce, menando colpi furibondi sugli infissi e sulla porta del garage finché, nel frastuono generale, a qualcuno parve di udire una flebile lamentazione. “è lì dentro!” “è ancora vivo, grazie al cielo!” “bisogna tirarlo fuori di lì, e subito!” come in un sol uomo il gruppo tornò in piazza e, con asce e piedi di porco, la porta della casa venne forzata. Rocco volò verso il laboratorio e tentò inutilmente di spingere la porta scorrevole di accesso: niente da fare, era bloccata.

Il povero Vito era chiuso lì dentro da chissà quanto tempo! Piedi di porco e asce si rimisero in azione: mai nessuna musica era parsa tanto dolce alle orecchie del povero fornaio prigioniero quanto quei rumori devastanti, preludio al recupero della libertà! Infine mani premurose lo afferrarono e, togliendogli di dosso i sacchi vuoti con cui si era protetto dal freddo, lo avvolsero in un plaid e lo trascinarono in palestra, dove fu adagiato sul divano posto vicino alla stufa accesa. Era provato, ma pareva in buona salute. Lì, al caldo, la sua pelle violacea divenne rosea per poi virare, dopo vari dolci e tre tazze di punch bollente, verso un rosso mattone; in breve cadde in un benefico torpore.

A poca distanza la gatta Samantha, spalmata nella posizione della sfinge, guardava alternativamente Vito e Rocco. Ne confrontava le case e i negozi, gli odori e i sapori e non c’era verso: Rocco e sua moglie risultavano vincenti. Forse era giunto il momento di dare una svolta alla sua felina esistenza … ma quella sera non era il caso di pensarci su: avrebbe deciso l’indomani. Per il momento pensò di imitare il suo padrone storico e di farsi un pisolino. Così, avvolta dal tepore della stufa e cullata dal crescente ronzio dei preparativi per l’imminente cenone, si dispose a ciambella e si addormentò profondamente.