un racconto di Giancarlo Boz

un racconto di Giancarlo Boz

18/03/2021 0 Di wp_6937204

 

COMPLICAZIONI

La scrivania di mio fratello è antica, di almeno tre generazioni. Ha il legno venato dal tempo e dalle cicatrici dei traslochi che la nostra famiglia ha vissuto. Sopra la scrivania, di noce, con le venature scure che camminano per centimetri nelle profondità del corpo del legno, c’è una scatola di plastica opaca, nera, e per niente elegante; una scatola di risulta: è piena di parti di penna. Quella scatola è simile, nella sua stessa essenza, ad uno sfasciacarrozze di biro; è un magazzino ricambi in piena regola. Sul lato opposto della scrivania, attraversando quel mare di noce massiccio con certe venature che paiono onde, si giunge al versante in cui siede un portapenne bianco, quasi colmo. Lì, dentro, troviamo penne di ogni forma e colore, laddove per colore intendiamo sia del corpo che dell’inchiostro; ognuna di queste penne ha un proprio nome altisonante: buffo, evocativo, ridicolo in qualche caso, o, nel migliore dei casi, strano, oppure, semplicemente, difficoltoso da pronunciare. Tutte queste penne, che in piedi si stringono tra loro come stessero godendo della visione di un qualche concerto che per un qualche motivo prosegue e le estenua per giorni e giorni, infatti, hanno nomi di medicinali. Viste così, ora, figurano come alcune di quelle inquadrature di giocatori assembrati in area di rigore. Sembra, perfino, che si strattonino per prendere la posizione migliore. Una delle penne è particolarmente antiestetica, anzi, è brutta; neppure pare essere una penna ma un disarticolato archetto metallico, forse un utensile da cucina. Chissà che, all’occorrenza, la sventurata venga evitata di proposito. Eppure è lì, tra le altre, a fare la figurante, a fare il suo mestiere di penna esattamente come le altre; esattamente come tutti in questa vita, a questo mondo, diremmo. Però, guardando il bicchiere affinché sia sempre mezzo pieno, dobbiamo assolutamente sottolineare che anche questa brutta penna, al pari delle altre consorelle ritte nel portapenne, deve ritenersi fortunata: al momento, infatti, è salva dal pericolo della moria che ne avrebbe consegnato i resti al vicino ospedale per trapianti.

Oggi, in questo pomeriggio primaverile d’un giorno ordinario come tanti, c’è un terzo oggetto a prendersi la scena tra la scatola ospedaliera ed il portapenne color ambulanza: è una lettera. Una lettera poggiata nel bel mezzo della scrivania, al centro di quello specchio quieto color soffitto. Quella lettera bianca mostra sul suo lato chiuso il timbro con il nome di mio nonno. Cioè, per essere precisi e non generare confusione o, peggio, risentimento, essa reca un timbro che riporta fedelmente il nome di mio fratello. Dato che mio fratello ha il medesimo nome e cognome di mio nonno. Ora, a me pare pleonastico introdurre qualsiasi spiegazione e motivazione di tale circostanza, essendo chiaramente comprensibile. Condivido l’idea che la tal cosa, non che debba essere condivisibile, e ci mancherebbe, riporta ad un’epoca che tutti noi conosciamo a menadito; epoca in cui le scelte patriarcali di matrice onorifica si forgiano in una tradizione centenaria che soltanto nel secolo corrente, e quindi con le più recenti generazioni di genitori, si è persa, più o meno misteriosamente, in nome di un progresso globalizzato, qualsiasi cosa ciò significhi, piuttosto che, essenzialmente, per frivolezza e per moda. Possiamo prevedere, ragionevolmente, che mio fratello rientri in casa dal lavoro entro quaranta minuti, o tra i quarantacinque ed i sessanta se vogliamo considerare l’impatto del traffico, e, non ultimo, del calcolo probabilistico. A quel punto, dopo aver tolto la cravatta e la giacca, berrà un bel bicchier d’acqua fuori frigo, assaporando in particolare la quiete che offre casa sua, il riparo atteso dalle angustie del lavoro e del mondo intero. Da lì a poco, possiamo presumere, guarderà con soddisfazione, ma senza indugiare consciamente in alcun modo pretestuoso né autoreferenziale, la maestosa bellezza della scrivania, e solo a quel punto si renderà conto della dimenticanza mattutina e si risolverà a prendere con sé la lettera già francobollata per andarla a spedire nel più vicino punto d’inoltro postale. Con tale atto si andrà a compiere mentalmente e fisicamente, per lui, l’ultima incombenza della giornata prima di tornare definitivamente alla sua oasi di tranquillità; la commissione che chiude il pomeriggio e avvicina il crepuscolo, consentendogli di accogliere quei pensieri di natura personale e nostalgica che il resto del giorno aveva, con crudele insistenza, o forse, banalmente, per pura insipienza, negato.

Così, quando avevo appena 5 anni, mio nonno entrò nell’Ospedale San Salvatore, città dell’Aquila, per un controllo di routine. Una cosa banale alla sua età. Quel che bisognava fare a quell’età per stare tranquilli, insomma. Lui, poi, mio nonno, era di tempra forte, classe 1896, e godeva di buona salute. Era un bravo dottore, un uomo tranquillo che aveva condotto la professione per 40 anni, con la fatalità e il peso d’aver lasciato soli a casa moglie e figli neonati per servire la patria come ufficiale medico. “Una persona talmente buona…” è il commento largamente prevalente che mi è stato riferito sia dalla totalità dei parenti d’ogni grado che da ogni persona l’avesse conosciuto nel corso degli anni, e che da lui aveva ricevuto, ognuno diceva, cure, ristori, consigli e parole gentili. Poi, un giorno, mio nonno uscì di casa ed entrò in ospedale; e questo è tutto. Ed è un duro colpo alle ovvietà con cui gli uomini si circondano.

Dissero che c’erano state complicazioni. Nessuno si prende la briga di spiegarti un bel niente, se hai 5 anni. Nessuno che si prenda la briga, ad esempio, di spiegarti i Vangeli, se hai 5 anni. Per carità, pochi sono quelli che lo faranno anche dopo. Solo alcuni poeti, scrittori veri di buona letteratura e qualche filosofo sano di mente proveranno a metterti al corrente di cos’è la vita. Anche queste sono complicazioni? In Ospedale dissero proprio: complicazioni. Come una strada bloccata da un albero, una gomma sgonfia, la valigia troppo grande per l’imbarco; un tubo nuovo che perde, un’improvvisa grandinata, una rapina alle 16,30 del venerdì, un rigore al novantesimo. Il tabaccaio trovato chiuso, un mazzo di fiori tranciato per errore, una telefonata troppo lunga o troppo breve; qualche parola importante incomprensibile a causa del rumore. Una lettera smarrita, una lettera dimenticata, una lettera mai scritta. L’amore. Una moglie vedova, dei figli orfani, un nipote senza nonno; cose del genere, insomma. Un bambino di 5 anni senza risposte nel vuoto del pianeta Terra.

Io non rividi più mio nonno. Non giocai con lui, non ebbi i suoi regali di Natale e di compleanno, non i suoi insegnamenti. Vero. Ma a dirla tutta, oggi, non è la distanza di tempo o di luogo né la parabola degli eventi, niente che possa impedirmi di sentirlo qui, vicino a me, vederlo perfino per via di qualche strambo fenomeno di connessione elettrica o mentale, o di qualcos’altro che non cerca un nome. Rendergli grazie tutte le volte che ne ho voglia e mi torna in mente senza un motivo, perché tra tutta la strana fauna che ho conosciuto e ha popolato l’intero mondo è la persona che più dolcemente amava.