Note su «Per altro prodigio» di Vito Moretti

Note su «Per altro prodigio» di Vito Moretti

10/07/2021 0 Di wp_6937204
V. Moretti, Per altro prodigio, Chieti, Tabula fati, 2021

Quando il Professor Vito Moretti presentava un libro, oppure quando, più genericamente, ne parlava, non mancava mai di rivendicare il diritto di dire quello che di quel libro pensava.

Può suonare banale e anzi pleonastico ma, a ben guardare e se si riesce a cogliere l’essenza profonda di tale rivendicazione, emerge tutto il valore che il Professore attribuiva all’ideale dialogo, talvolta alla dialettica, tra Autore e lettore. Dialogo, si badi bene, e quindi non interazione a senso unico dello scrittore ma autonomia di giudizio del lettore e libertà d’intessere la trama di ogni libro letto con il filo dei propri ricordi, delle impressioni che accompagnano, e in certa misura definiscono, la vita di ciascuno.

La stessa cosa vorrei cercare di fare io, senza alcuna ambizione di una riuscita certa e sicuro solo, eventualmente, della benevola accondiscendenza dell’Autore (so che sarebbe così e come vorrei poterlo sentire da Lui!). Innanzitutto, il titolo: Per altro prodigio, con quella paroletta, altro, a intrigare chi si avvicini a queste pagine. Ho rimuginato per un certo tempo, tra me e me, se alludesse a un prodigio secondario, altro e magari alternativo rispetto a uno ben più noto, oppure se andasse inteso piuttosto nel senso di ennesimo prodigio di una lunga teoria. Per darmi una risposta, mi sono addentrata nei meandri del libro.

Poiché la vera letteratura, e in particolare l’autentica poesia, si riconoscono dai dettagli, confesserò che a ridestare la mia attenzione, fin dal primo verso della prima poesia, è stato il pullulare, discreto ma ugualmente onnipresente, degli animali, in particolare di un cane, evidentemente divenuto anziano e spesso ritratto nella sua cuccia, e dei gatti:

“Il mio cane sa il dicembre dei gatti e il sonno che è lesto ai risvegli”. Al di là della metafora del tempo e della simmetria con il punto di arrivo dal quale “tutto aduna ad un punto /la memoria, e chiama ad un rivo, ad un torrente/ l’acqua che ingrossa il fiume”, approdo che però è anche una ripartenza (“Sarò lì, semmai tornassi alla tua sera”), è il riferimento al quotidiano e la capacità di farne poesia a restare maggiormente impresso. Un quotidiano che non è mai sublimato né tantomeno trasfigurato, spogliato dei suoi particolari più prosaici, ma, al contrario, accettato tout court: è là che si trova la vita, sembra dire l’Autore, ed è la vita che deve trovare spazio nella poesia.

La poesia, dunque, dice la vita, con lo scorrere di un tempo ormai perduto e di un tempo che resta; non che questo offra garanzia alcuna, d’immortalità come pure di accesso alla dimensione del vero, ma questo l’Autore lo sa:

“Che avrò/ da questo rimedio di carta/ che mi abita la carne e che si ferma/ sulla spalla a batterci una mano/ e a tenermi sveglio?”, si chiede. E però si risponde: “La poesia è lo sguardo che sgombra/ i passi e moltiplica la speranza/ se pensi ai figli che vanno nel mondo,/ e libera le finestre alla sera e alle stelle/ se viene voglia di pensare/e pregare”.

La tentazione del ripiegamento, allora, diventa forte, e l’Autore in effetti sembra indulgere per un momento nell’ascolto delle sirene allettanti del solipsismo, rispetto a un mondo dal respiro corto, poco generoso e ancor meno lungimirante, sordo non solo al fascino della poesia ma anche di ogni forma di spiritualità: “me […] costretto a sognare, a dirmi/ coraggio in silenzio e ad aspettare altri giri,/ momenti di ventura, con la giacca abbottonata/ e con il cappello delle lunghe escursioni”.

Dura poco, però: l’evasione mal si attaglia alla poesia e, evidentemente, al temperamento generoso dell’Autore; il suo impegno non manca di emergere fin dalle piccole cose, così come la cura di chi gli sta intorno: “Non so se dire che mancherò/ fino a venerdi e di mettere/ l’acqua ai vasi, di tenere chiuso/ il lucernaio. Ho lasciato i soldi/ dell’affitto e le Nazionali/ che piacciono a Michele,/ la scorta minima di vino. Che sia/ l’elargizione del saggio, l’ultima,/ ho scritto, il poco che mi è possibile,/ e che sia un pegno, un’ipotesi/ di amicizia, prima delle mani vuote,/ prima di destare la stagione/ al freddo urbano e agli esili”.

Ed è a questo punto che il respiro vagamente crepuscolare dell’Autore si responsabilizza e si estende al mondo, se è vero, com’è vero, che “il poeta sa quel che rimane”: “Ah se lo sa, lui che pare dar conto dei silenzi/ e dei giorni più lunghi, del sale/ e del sambuco e delle illusioni spese/ a rimediare le camicie stinte, i buchi/ ai pantaloni e gli strappi alle tovaglie,/ lui, un po’ anche scemo, un po’ smarrito/ con le foglie che cadono per rallegrare/ i pastori e che forse lascerà rubare/ non dal vento o dal grigio dei temporali,/ ma da un altro poeta, ostinato come l’autunno,/ scuro in viso come la macchia di viola/ che imbratta le sue mani”.

Il prodigio, forse, non consiste nell’eternare se stessi attraverso la poesia. Si tratta piuttosto di raccogliere il testimone e farsi anello di una collana in cui chiunque, aggiungendo un verso, contribuisce a rendere eterno l’atto poetico e, con esso, i motivi per cui la vita vale la pena di essere vissuta.

[EOWYN MILIS]